A lezione di lotte bracciantili da Vito Caldara

Ciao, Vito, ti vuoi presentare? Sono Vito Caldara, nato il 25 Aprile 1935 in Libia...

Alfredo Ferrara ...Ma il cielo è sempre più blu!
Corato - venerdì 19 gennaio 2007
A lezione di lotte bracciantili da Vito Caldara
A lezione di lotte bracciantili da Vito Caldara © n.c.

Chiudiamo la piccola parentesi sulla memoria storica intervistando Vito Caldara, un bracciante che ha vissuto 50 anni di lotte bracciantili a Corato.

Ciao, Vito, ti vuoi presentare?
Sono Vito Caldara, nato il 25 Aprile 1935 in Libia, poi mi sono trasferito subito a Corato con la mia famiglia. Sono andato alla scuola elementare e dopo ho iniziato il lavoro.

Qual'é stato il tuo primo lavoro?
Finita la scuola mio padre mi mandò a lavorare da un funaio, tale Onofrio Pappagallo. Ricordo che avevo 12 anni e siccome la paga era molto bassa proposi ai miei compagni di lavoro di non presentarci per un giorno. Li convinsi portando alcuni fichisecchi a testa. Quella mattina andammo tutti a giocare su Via Ruvo. Poi quando tornai a casa mi ricordo che mia madre, che era stata informata dal sig. Pappagallo, me le dette di santa ragione. Il giorno dopo però quando andammo a lavoro avemmo un aumento: da 25 lire a 50 lire!

Tuo padre voleva farti continuare gli studi?
Fu costretto per mancanza di denaro ad avviarci al lavoro in campagna. Mi mandò a stare in campagna 15 giorni alla masseria Citoli, 5 km dietro il Castel del Monte. Prendevamo 225 lire al giorno: però dovevamo portare l'olio, il sale e la pasta; il `convento´ ci passava esclusivamente “l favudd” (fave), quelle di scarto che si danno agli animali. Quando dovevamo andare a dormire, in un locale grosso c'erano le mucche, accanto alle mucche dormivamo noi. Le mucche portavano degli insetti che eravamo soggetti a prenderci noi. Durante il tempo dei 15 giorni nessuno mi disse niente, io ragazzo non sapevo niente... Quando andai a Corato mi vide il mio defunto fratello che mi disse che avevo preso le piattole. Ero tutto pieno di zecche, finanche le sopracciglie.

Non ti eri accorto di niente?
Eravamo ragazzini, di che cosa dovevamo accorgerci? Non sapevamo niente e nessuno ci diceva niente: avevo solo 14 anni. Mio padre mi rase tutto col rasoio della barba e mia madre riempì la tinozza con l'acqua calda e mi fece il bagno. E me le portai appresso ma non solo per un giorno: dopo me le ritrovai di nuovo addosso, magari qualcuna che non si vedeva.. Poi durante i 15 giorni, ad andare ti portavano col traino, quando dovevi venire in paese, a piedi... 20 km...

Dopo le mandorle si andava spesso a fare la raccolta in queste masserie. Si seminava il grano prima, ma non come adesso che ci sono le mietitrebbie, prima era tutto diverso: tutto manuale, si tagliava tutto con una falce. Quando dovevamo stare 15 giorni andavamo col traino. Tu portavi il pane per una settimana, lo appendevi nella masseria: sorci, zoccole mangiavano tutto il pane, facevano i buchi. E noi lo mangiavamo quel pane! La domenica sera, che si avviava la seconda settimana, le famiglie portarono il pane per la seconda settimana ai propri figli. Io stavo lavorando, quando vidi che arrivava il carro nella tenuta lasciai tutto ed andai verso il traino. Presi un po' di pane che mi aveva mandato mia madre. Il massaro disse "mo' ce´ ca vjin!!". Quando arrivai là, aveva in mano uno "zappudd" e me lo dette sulla schiena.

Solo perché ti eri allontanato a prendere un pezzo di pane?
Mi disse "quann v´avita mov, avita disc o´ massar ced´è c´avita fa!". Una vitaccia!! Dopo quelle cose incominciammo ad andare alla trebbia. Pagavano 80 lire all'ora e noi facevamo 12-13-14 anche 15 ore al giorno.

Facevate anche qui la quindicina?
No, le trebbie sono diverse dalla masserie. I terreni erano più vicini, e poi la trebbia si fa nel mese di Luglio, prima della raccolta delle mandorle. Era 'part time'.

In che anno poi ti sei iscritto al sindacato?
Nel 1956. A Luglio scorso, 50 anni. Siccome mio padre era iscritto al partito ed alla CGIL, anche se non era così elastico nel farsi vedere dalla gente, ho ritenuto opportuno iscrivermi ad un sindacato di massa. E l'unico sindacato di massa è quello: la CISL o la UIL prima non rappresentavano niente. Il sindacato di massa ha portato ai frutti che abbiamo ottenuto dopo: i diritti, etc.

Allora era importante il sindacato? Era come una famiglia?
Certamente, era una famiglia. Io mi iscrissi l'anno che partii a fare il militare, avevo 21 anni. Prima non si prendeva pensione o sussidio di disoccupazione. Il primo anno, il sussidio di disoccupazione i braccianti lo ottennero nel '56. Io mi iscrissi quell'anno e contributi non ne avevo. Quando mi regolarizzai per i contributi, è quando poi andai a fare il militare. Prima il sindacato era in largo Plebiscito. Andai lì e trovai un certo Cascarano Domenico, gli dissi che volevo mettermi a posto. Avendo registrato quelle giornate, dopo due anni di iscrizione ebbi il primo sussidio. Io frequentavo, ma non facevo parte del quadro dirigente perché ero alle prime armi. Ricordo il defunto Pasquale Lops, allora segretario della CGIL. Ci vedevamo spesso ma lui non sapeva a chi appartenevo io. Un giorno mi chiamò da davanti alla camera del lavoro. Disse "giovnò, vjin a cherra vann!" Mi disse "t' pjiasc a fà r' lott?" ed io gli disse che se non mi piaceva non ci andavo. Allora mi disse che il giorno dopo un gruppo doveva "assì p´ la campagn" e mi chiese se volevo andarci...

Che vuol dire "assì p´ la campagn"?
Nu assemm p´ la campagn, quando trovavi il lavoratore lo coinvolgevi a rientrare in paese ed a lottare per l’elenco anagrafico.Siccome noi abbiamo sempre avuto il periodo che terminava i due anni del contratto integrativo provinciale, poi abbiamo avuto un contratto a livello nazionale che quando vai in pensione ti unificavano due contratti e ti danno la pensione. E uscì la prima volta insieme con gli altri, Pasquale ebbe piacere della cosa e mi chiamò per fare le lotte che durarono due anni. Erano migliaia i braccianti che parteciparono, c'era una disoccupazione enorme. Allora avvenne lo sgombero nei paesi, tutti emigrarono. Quando dovevamo uscire per la campagna per pagare la benzina facevamo la colletta tra i braccianti stessi e tra disoccupati. Quann scemm p´ la campagn, tutti quanti dovevano aderire. Poi veniva il periodo delle mietiture: andavamo per le masserie. Prendevamo 30-40 persone, andavamo dai padroni e gli facevamo portare le mietitrebbie in paese...

In che anno questo?
Nel '61 incominciammo. Portammo in piazza Buonarroti una ventina di mietitrebbie, arrivarono i giornalisti...

E per quanti anni durarono queste mobilitazioni?
Fino al '76. Quelli furono gli ultimi anni di lotta, dopo aver ottenuto tutto. Ricordo che nel '69 andai ad operarmi a Roma e che quello fu l'anno dell'autunno caldo. Quando era il contratto integrativo provinciale, il minimo anno di lotte facevamo dai 17 ai 23 giorni di agitazione.

Ed ogni giorno perdevate la paga per scioperare?
E che paga dovevamo perdere..? Eravamo disoccupati. Non era come adesso che vai ad un'azienda e trovi lavoro. Dovevi andare sul corso e quando ti chiamava uno andavi a lavorare. Un´altra battaglia combattuta dal sindacato fu quella della “cassamutua”. Quando andai ad operarmi nel '69 mi pagò la cassamutua 150 lire al giorno. Dopo il sindacato, che è stata la casa madre di tutti quanti, disse "ma vedi un po' i lavoratori dove sono arrivati..?" Fu proprio il collocamento a combattere questa battaglia. Con queste lotte che noi facemmo si arrivò al ´72 che ci fu un diritto: per uno che sta in cassamutua, in malattia, è vergognoso percepire 150 lire al giorno quando ci sono le condizioni per poter usufruire non dico di tutta la giornata, ma quasi.. Quant´era il mercato di piazza prima, ad esempio, 100 lire? Ne dovevi prendere 70! Allora il sindacato ebbe quel coraggio, sempre affiancato dai lavoratori, perché noi eravamo tutti uniti, che quando uno stava in mutua si passò al 70-80% fino a 20 giorni, dopo il 20esimo giorno tutta la giornata intera. Poi si tirò avanti fino al `74-´75.

Ed in quelle condizioni come si faceva a vivere?
Prima quando si era disoccupati, prima si andava al comune per prendere...

... i lavori pubblici?
No, il `quieto vivere´: legumi, etc. Io non ci sono andato mai perché grazie a Dio ho avuto una famiglia che ha lavorato la terra, sono stato e sono rivoluzionario ma a quelle cose non sono andato mai: era una vergogna! Il sindacato stesso ha detto "basta a queste umiliazioni!". Prima il sindacato era fatto di 3-4000 braccianti veraci: arrivava a fare 2000 domande di disoccupazione. E la più forte era la CISNAL, che era imbattibile, perché tenevano tutte le persone che contavano a Bari: erano imbattibili.

Vitantonio Abbattista nel libro "Lotte sociali e condizioni di vita a Corato 1928-1982" dice che nelle case dei braccianti stava accanto all'immagine della Madonna quella di Di Vittorio. E´ vero?
Non posso dimenticare Di Vittorio... Non era proprio in tutte le case che c'era la foto di Di Vittorio, perché non potevi essere così schierato... Se eri schierato, subito si spargeva la voce che eri comunista, che facevi le vertenze, che stavi nella CGIL. A volte non andavamo a lavorare a causa del partito o del sindacato. Quando una volta Di Vittorio tenette un´assemblea, non ricordo bene...:diceva che se voleva i soldi dai padroni poteva avere tutti quelli che voleva.. Non lo fece per anni! E´ stato creato da lui il sindacato di massa, vedi che sorta di fiducia che aveva! Fu segretario per tanti anni.. Una volta venne a parlare a Corato in piazza Plebiscito (davanti all´allora sede della CGIL, ndr), era oltre mezzanotte e la piazza era tutta piena... 

...a mezzanotte stava tutto pieno?
Tutto pieno. C’era tanta di quella gente,lavoratori, donne e ragazzi.

Tu ti sei sposato a 27 anni, vero?
Si.

E facevi già il bracciante allora. Che tipo di vita facevi?
Prima dell´emigrazione era disastroso: un giorno andavi a lavorare e dieci no! E a vivere come si faceva? Si aveva il sussidio e tu te lo mantenevi quel gruzzolo di soldi. C´ tniv la terr mttiv legum, fav, schpatizz, tutt chess caus e tirjiv `nanz!

I braccianti che frequentavano il sindacato non stavano praticamente mai a casa. Ma le mogli non si arrabbiavano?
Mia moglie, sai che diceva Alfré? "C´ vjin a fà do? Nan put fa´ u´ ljitt `ndo sindacat?" Il sindacato era un ambiente vivo: era tutto pieno, si giocava a carte, si beveva la gazzosa. Poi passava la guardia notturna a trattenersi con noi. Di notte si vegliava il sindacato e il giorno si andava in campagna.

E le mogli degli altri braccianti?
Erano le stesse condizioni. Noi prima non avevamo il telefono: quando succedeva qualche cosa, immediatamente ti venivano ad avvisare a casa.

A che ora uscivi di casa per andare a lavorare?
Dipende da dove andavo a lavorare. Mica quando si va a lavorare si va sempre dietro la casa. Una volta andavi a fare le lotte, un´altra dovevi andare nella masseria a 20 km e stare 15 giorni... A volte si usciva anche alle 3 e mezza.

Molto spesso comunque mancavi la notte a casa: i picchetti, le riunioni, è vero?
Certo. Essendo tutti uniti noi davanti al sindacato accendevamo il fuoco. La polizia era a conoscenza, veniva...

Ma quando accendevate il fuoco?
La notte la camera del lavoro era aperta nei momenti di agitazione. La minima notte dovevano stare 300-400 persone. Poi quando ci trasferimmo in Piazza Vittorio Emanuele era più grande ancora. Notte e giorno la camera del lavoro era sempre aperta: facevamo i gruppi di 50 persone, andavamo sulle Murgie e condizionavamo i conducenti di mietitrebbie per fargliele portare in piazza Buonarroti. E tenevamo uno a guardarle. Tentavano a volte di andare a prelevare le mietitrebbie. E una volta ci riuscì uno: sai dove andammo a prenderlo? Su via Gravina.

Ricordi qualche episodio particolare di queste lotte?
Una volta arrivammo alla masseria per prendere la mietitrebbia ed il padrone chiese se poteva andare a bere un poco d´acqua. E si stava tanto tempo. Poi cominciò a fumarsi una sigaretta. Quando insistemmo per andarcene lui disse "io non ci vengo più a Corato!". Noi, se tu ti chiamavi Alfredo, ti dovevamo chiamare Giovanni, a me chiamavano Nicola, qualcun altro Francesco, per non essere riconosciuti. Il padrone, invece, mi chiamò per nome. E allora dopo alcune discussioni arrivammo alle mani. Io fui colpito con una `sartascnedd´ che stava a terra sulla schiena e sanguinai molto. Andando via gli dissi che se voleva denunciare qualcuno avrebbe dovuto denunciare me, e solo me, visto che mi conosceva... La mietitrebbia alla fine la portammo a Corato. Prima eravamo uniti: su ogni punto di strada, per le campagne, stavano almeno una ventina di persone. Mettevamo i copertoni che prendevamo la sera prima da tutti i gommisti del paese, e li accendevamo.

Nell´80 i braccianti insieme ai comunisti occuparono il consiglio comunale. Perché?
Per il poligono di tiro che volevano costruire sui terreni nostri. Perché ci toglievano il lavoro. Una volta fatto il poligono tutte le masserie che ci sono non ci sarebbero più state. Il lavoro era già poco, il terreno coltivabile era anche poco, più lo si stringeva: Corato è solo di 13.000 ettari, di cui la metà di terreno seminativo; molto poco nei confronti della popolazione e dei paesi vicini.

E allora faceste una riunione al PCI e decideste di occupare il comune?
Si. Intervenne un avvocato del partito e ci disse tutto quello a cui andavamo incontro. Allora intervenni io e dissi "è vero quello che ha detto, sulle leggi. Ma quali leggi più si rispettano oggi? La nostra legge arriva a fare 15-20 giorni di sciopero..."

Era molto forte il sindacato a Corato rispetto agli altri paesi?
Non sono gli iscritti che contano, ma le teste. Corato ha avuto tante teste attive che hanno saputo funzionare.

In passato Corato ha avuto dei grandi sindacalisti. Che ricordo hai di Pasquale Lops e di Vitantonio Abbattista?
Di Pasquale Lops mi ricordo di quando era segretario della camera del lavoro. Ricordo che era lui che ci guidava. Quando facevamo le manifestazioni portavamo i cartelloni con su scritto (un attimo di esitazione):"bisogna resistere un minuto in più degli agrari". E´ stato sempre un ragazzo combattente, vivace. Si mise in evidenza con tutti, senza presunzione quando diventò onorevole. E´ stato sempre `affratellato´ coi compagni. Quando diventò senatore disse "io per i compagni mi chiamo sempre Pasquale”. E la gente l´ha invidiato che con la V elementare è riuscito ad arrivare in Parlamento. Tra braccianti se arrivavi già alla quinta elementari eri il migliore di tutti, lui è arrivato a quel livello. Quando stette malato lo andai a trovare a Bari ed alla casa. Quando morì non andai, dissi: "io me lo voglio ricordare da vivo!".

E Vitantonio Abbattista?
E´ stato un grintoso. Immediatamente organizzava una manifestazione. Prima non esisteva andare alla polizia ad avvisare. Lui si metteva il cartellone davanti e diceva: "andiamo!". Duro con la gente, modesto con i compagni e si voleva `creare la platea´, gli piaceva farsi ascoltare dalla gente.

Anche lui aveva la quinta elementare?
Non me lo ricordo.

Cambiamo un po´ argomento. Quanti nipoti hai?
Tre.

E tutta questa storia che abbiamo ripercorso gliela racconti? Sei orgoglioso?
Certo che sono orgoglioso. Gliela raccontiamo io ed il padre.

Che cosa ti piace raccontare di più?
Sono stato orgoglioso di militare nella CGIL e nel partito comunista. Sono stato uno schietto sempre. Un anno andavo a potare gli alberi delle olive alla tenuta Bucci. Al mattino il padrone venne e cominciò a chiedere "Alfrè, a c´ adà vutà?". Gli altri rispondevano o "am fatt tand´esperienz `ndalla vit, ´o ann, sicc, nan sapim nudd", oppure "sò tutt a `na maner `mbà Flisc, po´ sicc fing a cherra dì..". A quel punto lo chiamai e lui mi disse "ti aspettavo Caldara..." perché mi conosceva. Gli dissi "l´insegnament ca so avut da attandm è stat d´ scì semb `o numer jun" (il PCI era la lista numero uno sulla scheda elettorale, ndr).
Mi disse: "bravo Caldara, tu rivendichi il tuo lavoro, il tuo diritto, e io rivendico il mio capitale, sono un liberale. Non posso essere diversamente. Ma ti ammiravo ed ora ti ammiro ancora di più, perché non sei un pecorone". A cosa serve essere chiusi e non schierarsi?

Mia nipote, la grande, qualche anno fa fece la quinta elementare. Le maestre chiesero se qualcuno avesse un nonno disposto ad andare a parlare del fascismo, etc. C´era chi non voleva, chi si vergognava, c´ nan tnaj la facc. Mia nipote me lo venne a chiedere ed io accettai. Mi chiesero come si viveva prima: raccontai che ero nato in Libia, che i miei erano emigrati per motivi economici, che allora a scuola dovevi avere la tessera del duce, te la davano loro stessi.. Dissi che avendo un padre che non aveva quella tendenza, trovava una scusa per non mandarmi in palestra a farmi fare gli esercizi, ad esempio diceva che dovevo andare in campagna con lui. Ricordai il periodo in cui i nostri genitori ed i nostri fratelli più grandi andavano a Bologna, o anche nei paesini delle Murgie con la bicicletta; portavano l´olio e venivano carichi di legumi, fave e altre cose e tornati in paese trovavano i galoppini di Mussolini che si prendevano tutto e così loro e le loro famiglie mangiavano tutto. Si viveva con un ¼ di pane al giorno ed ¼ di pasta al giorno. Le andavi a ritirare con la tessera che aveva il capofamiglia. Ad una maestra che mi ricordò l´incendio alla fine della guerra nella farmacia che vendeva l´olio di ricino, ricordai che prima era stata bruciata la camera del lavoro. Mi viene da piangere a pensare gli applausi che ebbi. Mi rincuorarono.

E delle lotte gli racconti?
Si, a Simona che è quella più grande, di più.

Sei orgoglioso di aver fatto studiare tuo figlio?
Certo! Una volta in assemblea al PCI dissi "voi non siete meglio di me, solo perché siete andati a scuola!" Quale scuola prima? Prima si viveva senza corrente, ancora con il lume. Altro che terzo mondo!

Grazie
Grazie a te.

Un ringraziamento particolare a Ciccio Colonna e Pino Caldara che hanno reso possibile questa intervista.