Toponomastica che sopravvive e a volte rivive

In quest’articolo vogliamo soffermarci sull’intitolazione delle vie, per scoprire cosa sono ancora in grado di trasmetterci sulle loro origini e su secoli passati.

Corato - venerdì 20 giugno 2008
Toponomastica che sopravvive e a volte rivive
Toponomastica che sopravvive e a volte rivive © n.c.

“Scusi, mi può indicare Vico Mandoi?” Forse a nessuno sarà capitato in questi anni di esser fermato e di aver sentito porsi questa domanda.

A molti, invece, sarà accaduto di aver dato indicazioni su Via Dante o Via Sant’Elia, su Piazza Vittorio Emanuele o Via Don Minzoni, tutte strade e piazze che attualmente sono intensamente abitate e caratterizzate da attività commerciali e lavorative di vario genere.

Sino ad un secolo fa, però, la realtà sociale ed urbanistica della nostra città era totalmente differente e le numerose stradine, vicoli, larghetti e chiostre, che solo in quest’ultimi anni ricominciano ad essere rivalutate e frequentate, pullulavano di vita, risuonavano di rumori e voci ed erano arricchite di colori e di odori.

Oggi, anche se sono spesso silenziose e deserte, queste vie non si sono ammutolite del tutto, e pur se sottovoce raccontano di se e della loro storia attraverso le tante pietre, i segni lasciati nel tempo dagli uomini ed i loro stessi nomi.

E’ proprio sui nomi, o meglio sull’intitolazione delle vie (la toponomastica) del centro antico coratino, che in quest’articolo vogliamo soffermarci, per scoprire cosa sono ancora in grado di trasmetterci sulle loro origini e su secoli passati.

Partiamo, appunto, da “Vico Mandoi” che richiama con evidenza un cognome molto diffuso in città: Tandoi, tanto da poterci trarre in inganno e ritenere che si tratti di un errore di scrittura. E, invece, no: Mandoi era il cognome di alcune famiglie presenti a Corato, che, come attesta il settecentesco Catasto Onciario, appartenevano al ceto dei “magnifici”.

Sono numerose, infatti, le strade intitolate a famiglie benestanti, che erano al vertice della società locale ed erano insignite con il titolo di “magnifici”, si pensi a Via De Mattis, Via Moschetti, Via Altrelli, Vico Lobello, Via Candido e Chiostra Frascolla.

Tale prestigiosa posizione sociale era detenuta da alcune di queste famiglie già da qualche secolo, com’è il caso degli Altrelli e dei Lo Bello, che fin dal 1599 possedevano il patronato di una cappella in Chiesa Matrice, un ambito diritto che poteva assicurare solo chi aveva raggiunto una stabile condizione economica.

Come riporta Pasquale Tandoi, solo una delle suddette famiglie era di “sangue nobile”, si tratta dei Candido e precisamente del barone don Domenico, patrizio della città di Benevento che risiedeva con la sua famiglia ed uno stuolo di domestici in una casa “palaziata dirimpetto la Chiesa di S. Francesco, sita in mezzo la publica piazza della città”.

E proprio vicino ad essa, l’attuale Piazza Di Vagno, si sviluppa Via Pozzo di Candido sulla quale si affacciava uno dei palazzi della famiglia, andato distrutto a causa del disastro idrogeologico del 1922, e al posto del quale oggi si apre la Piazza dei Bambini.

Pertanto, questa notizia sui Candido attinta dal Catasto Onciario, dimostra che l’intitolazione di strade e spazi pubblici a famiglie facoltose non ricorda semplicemente la loro esistenza, ma indica che le stesse famiglie erano proprietarie di uno o più edifici in quella specifica zona.

Lo stesso criterio è alla base dell’intitolazione di alcuni assi viari a determinati santi e a particolari costruzioni che avevano una pubblica utilità.

L’esistenza di Vico San Francesco, ad esempio, è legata alla chiesa e all’attiguo convento della comunità francescana dei frati Minori Conventuali, abbattuti all’inizio dell’Ottocento; mentre il nome di Via Maddalena deriva dalla chiesa che su di essa si affacciava, dedicata, appunto, a S. Maria Maddalena, definita dal Can. Nunzio De Mattis (nel XVIII sec) “una delle più antiche Chiese di Corato” e presso la quale aveva sede l’omonima confraternita, successivamente estintasi.

Analogo è anche il caso di Via Monte di Pietà, il cui nome è determinato dalla chiesa, appartenente all’omonima confraternita, che la strada costeggiava fino al 1922, anno in cui venne distrutta a causa del noto disastro idrogeologico.

All’antico ospedale della nostra città, attestato sin dal XIII secolo, era intitolata l’attuale Via Luisa Piccarreta, che sino a qualche anno era Via Nazario Sauro. Mentre, ad un’altra costruzione fondamentale per la sicurezza pubblica dell’originario nucleo di Corato era intitola l’attuale Via Roma, principale asse viario del centro storico; si tratta della Porta Vecchia, definita anche Porta Maggiore, perché era il più antico ingresso alla città e sorgeva, appunto, accanto al Castello, sul quale è stato edificato Palazzo Gioia.

Ancora oggi, infatti, all’inizio di Via Roma su uno dei conci angolari di questo imponente palazzo, verso Corso Mazzini, è possibile leggere una sbiadita iscrizione che ricorda il nome originario della via ed attesta, quindi, l’esistenza di una delle porte cittadine in quell’area.

A differenza dei precedenti casi, due stradine nei pressi di Via Duomo, conservano inalterata da secoli la loro intitolazione ai mulini, indispensabili costruzioni per la produzione del grano e, quindi, per le necessità alimentari della popolazione. Ci riferiamo a Via Molino del Duca e a Vico Molino storto dei Preti, i cui nomi oltre a indicarci l’esistenza di molini in quella zona, sottolineano la loro appartenenza all’autorità politica e a quella religiosa.

Non mancano, inoltre, nomi curiosi e singolari come Vico Mummù e Vico Senza Naso, che contribuiscono a rendere questi vicoli del centro antico, già particolari per la loro conformazione e le architetture presenti, ancora più caratteristici.

Molto ancora si potrebbe scrivere sulla toponomastica del centro storico coratino, ma pensiamo che quanto già detto sia sufficiente per constatare cosa essa possa raccontarci della Corato dei secoli passati, dandoci preziose indicazioni sulla sua urbanistica e sulla realtà sociale e religiosa della nostra comunità.

Pertanto, ci auguriamo che continui non solo a sopravvivere nel corso dei tempi, ma possa tornare a rivivere, così come è avvenuto con la realizzazione di due manifestazioni culturali: “Il Pendio” e “Brisighella sotto le stelle”. Si tratta di due eventi che hanno un’identità e una storia differente, ma sono accomunati dallo stesso desiderio di far rivivere il suggestivo scenario in cui si svolgono: il Vico Pendio Brisighella.

Una stradina che si sviluppa in pendenza, formata, per questo motivo, da gradini, e intitolata ad una delle antiche e agiate famiglie della nostra città: i Brisighella.