Sulle tracce dei transumanti

La pastorizia trasmigrante si caratterizzava per il trasferimento di milioni di greggi, dai pascoli di alta montagna, agli erbosi territori di pianura...

Corato - venerdì 25 aprile 2008
Sulle tracce dei transumanti
Sulle tracce dei transumanti © n.c.

Non c’è dubbio che il piacevole clima primaverile invogli a trascorrere il proprio tempo all’aria aperta, per assaporare il tiepido calore dei raggi del sole e il soffio leggero del vento e poter ammirare lo spettacolo del paesaggio naturale, che si rinnova nei colori e nei profumi. E in tanti non perdono quest’occasione, e così i molti viali e le strade del nostro territorio rurale si popolano di persone che a piedi, in moto e in auto o dedicandosi al footing e al ciclismo si gustano la variopinta e accattivante primavera.

Fino a qualche secolo fa, invece, alcuni di questi tracciati viari erano invasi, durante i mesi primaverili, da ingenti capi di bestiame, che guidati e accompagnati da numerosi uomini risalivano dalla zone pianeggianti della Puglia verso le alture dell’Abruzzo e della Basilicata. Si trattava della transumanza, cioè della pastorizia trasmigrante che si caratterizzava per il trasferimento di milioni di greggi, dai pascoli di alta montagna, agli erbosi territori di pianura e viceversa, con la finalità di assicurare agli animali la possibilità di pascolare costantemente ed evitare temperature molto rigide in inverno ed afose in estate.

Per tale motivo, uomini e bestiame si mettevano in movimento all’inizio dell’autunno (settembre-ottobre) e tornavano sulle alture ormai calde e verdeggianti in primavera inoltrata (maggio). Quello della transumanza era un fenomeno che interessava l’intera area mediterranea, sin dall’epoca Romana, e si era maggiormente sviluppato in Spagna e in Italia. Nella nostra penisola, tale fenomeno ha raggiunto grande intensità nella zona centro-meridionale: un’area costituita dalle regioni dell’Abruzzo, del Molise, della Puglia, della Campania e della Basilicata, ed ha assunto proporzioni vistose a partire dal XV secolo. Il primo agosto 1447, infatti, per disposizione del re di Napoli, Alfonso d’Aragona, detto il Magnifico, venne istituita: La Dogana per la mena delle pecore in Puglia, che disciplinava con rigide norme l’articolato spostamento del bestiame e in particolare l’utilizzo dei pascoli della Regia Corte e di quelli privati.

Il lungo cammino dei transumanti avveniva su di un’articolata rete stradale, formata da larghi tracciati viari erbosi, denominati tratturi, che conciliavano le varie esigenze di movimento, di sosta e d’alimentazione. Disposti come i meridiani, i tratturi costituivano la viabilità maggiore di questo sistema ed erano, in generale, collegati tra di loro dai tratturelli, che presentavano una larghezza minore rispetto ai primi e si sviluppavano come i paralleli di questa articolata rete. Infine, vi erano i bracci: vie più modeste che assicuravano un raccordo capillare tra le grandi arterie e la realtà più minuta del territorio. I tratturi, quindi, con le loro ampie dimensioni, erano contemporaneamente strade e pascoli per le greggi in transito, che in tal modo potevano pascolare nella stessa sede viaria. Lungo questi tracciati, erano presenti numerose masserie, che sorgendo a distanze abbastanza regolari, costituivano delle indispensabili aree di sosta e di approvvigionamento per gli animali, i pastori e quanti lavoravano nelle carovane della transumanza.

Come è stato anticipato, anche il nostro territorio murgiano era coinvolto in questo fenomeno di pastorizia ed era solcato da vari tracciati della complessa rete dei tratturi. In particolare, l’agro coratino era attraversato dal Regio Tratturo N° 18, che si sviluppava da Barletta a Grumo, dal Regio Tratturello N° 19, che collegava Canosa con Ruvo, e in parte dal Regio Tratturo N° 21, che congiungeva Melfi con Castellaneta. Inoltre, si snodava in senso trasversale il Tratturello N° 68, che da Corato giungeva a Fontana D’Ogna, seguendo parzialmente il tracciato dell’attuale Strada Provinciale Corato-San Magno. Numerose sono ancora oggi le testimonianze lasciate dalla transumanza nella storia della nostra comunità e rintracciabili sul territorio.

Pensiamo, innanzitutto, all’origine di alcuni ceppi familiari che dall’Abruzzo si sono trasferiti e stabiliti nella nostra città, in seguito alle relazioni sociali, economiche, affettive createsi tra i transumanti e la nostra gente. Certamente, anche nel nostro linguaggio e in particolare nel vernacolo potremmo rintracciare segni dei rapporti culturali che si sono intessuti per secoli tra comunità diverse, grazie ai transumanti.

Ma le tracce più evidenti, lasciate dal loro passaggio, si riscontrano nella toponomastica e sul territorio. L’origine dell’agro coratino chiamato Prima e Seconda Difesa è connessa al fenomeno della transumanza, in quanto i nostri avi del XV secolo, così come la comunità di Ruvo, richiesero e ottennero dalla Corte Reale l’istituzione di un territorio che non fosse accessibile ai transumanti (pertanto, difeso dal loro passaggio) e rimanesse esclusivamente a servizio della nostra città.

Lungo le strade, che un tempo furono tratturi e tratturelli e che ancor oggi ne conservano i nomi e i tracciati (Via o Tratturo Barletta-Grumo, Tratturello Pedale), sorgono varie masserie o più piccole strutture agricole con cisterne e nevaie che, molto probabilmente, servirono ad accogliere greggi e pastori in cammino su quelle vie. Una di queste costruzioni, forse legate al fenomeno della transumanza, è Torre Palomba: un edificio, ormai ridotto a rudere, che cerca ancora di ergesi sulla omonima via Torre Palomba, nel tratto tra Via Castel del Monte e Via San Magno, a pochissima distanza dal Tratturo Barletta-Grumo. Come attesta l’iscrizione, ancora leggibile sulla porta d’ingresso della torre, l’edifico risale al 1586 e venne probabilmente costruito da un certo M. M. (queste sono le iniziali incise nell’iscrizione, dopo la data) con la funzione di masseria fortificata, visto che oltre la torre quadrangolare, esiste un muro di cinta ed una serie di ambienti voltati a botte.

Altre torri sono presenti nel territorio rurale di Corato e precisamente: Torre dell’Orco, Torre Grande, Torre del Monaco, e anch’esse dovevano costituire il fulcro di un centro agricolo e pastorale, secondo la tipologia delle masserie fortificate e sull’esempio degli antichi casali fortificati.

Ci auguriamo che l’edifico di Torre Palomba, di proprietà del Comune, possa essere interessato dal piano di recupero e tutela dei tratturi, realizzato dall’attuale amministrazione, per continuare non solo a sopravvivere, ma poter tornare a rivivere (senza necessariamente ricostruirlo), per essere una testimonianza preziosa di un fenomeno che ha caratterizzato la storia della nostra comunità: la transumanza.

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