Si conclude il Natale con Sant’Antonio Abate

Tra folklore popolare e devozione monacale.

Corato - venerdì 04 gennaio 2008
Si conclude il Natale con Sant’Antonio Abate
Si conclude il Natale con Sant’Antonio Abate © n.c.

Nella nostra ultima uscita abbiamo raccontato della tradizionale ricorrenza della Jò a Jò ponendo l’accento sulla figura di Santa Lucia e sul simbolismo legato al fuoco; tra le tante cose raccontate abbiamo scritto che la ricorrenza della Santa segna in qualche modo l’inizio delle festività natalizie.

Ma ora che il Natale è oramai passato, il nuovo anno è da poco cominciato e si sente l’inesorabile arrivo dell’Epifania (che tutte le feste ci porta via) è doveroso prestare la nostra attenzione sulla figura di un altro Santo, la cui ricorrenza segna (virtualmente) il termine delle festività natalizie: Sant’Antonio abate.

Costui fu il più grande eremita della storia, infatti condusse vita anacoretica per circa 80 anni della sua vita, aveva molti discepoli e questo gli valse il titolo di “padre dei monaci”, è patrono di tutti coloro che esercitano la lavorazione del maiale e di coloro che lavorano con il fuoco poiché curava con il grasso dei maiali l’herpes zoster conosciuto da tutti come “fuoco di sant’Antonio”.

Inoltre una leggenda popolare narra che Sant’Antonio scese nell’inferno per salvare le anime di alcuni morti dal diavolo ma, mentre egli era intento in questa sua missione, il suo maialino creò scompiglio tra i demoni e così Sant’Antonio potè accendere col fuoco infernale il suo tipico bastone a “tau”, lo portò fuori e lo donò all’umanità accendendo una catasta di legna.

Per questo motivo, in molti paesi si usa accendere il 17 gennaio i “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant’Antonio” che hanno una funzione purificatrice e fecondatrice.

In Puglia questa tradizione è sentita in molti paesi, tra cui spiccano Maglie e Novoli in provincia di Lecce: qui ogni 17 gennaio viene impartita una particolare benedizione agli animali e poi viene accesa la “focara” (una enorme catasta di legna).

Saltano subito all’occhio le analogie che intercorrono tra Santa Lucia e Sant’Antonio abate: infatti nelle loro vite sono presenti episodi legati al fuoco, entrambe le ricorrenze sono caratterizzate dall’accensione di falò ed infine le due figure segnano l’inizio e la fine delle festività natalizie: in molte case la gente allestisce i presepi il 13 dicembre per poi smontarli proprio il 17 gennaio.

Anche la nostra città ha coltivato un particolare legame di carattere devozionale con la figura di Sant’Antonio abate. A differenza del culto sviluppatosi in altre località, soprattutto rurali, in cui il leggendario rapporto stabilito dal santo col mando animale ed agricolo ha prodotto una devozione fortemente popolare, a Corato il legame con il santo è stato sostenuto dalla storica comunità delle monache benedettine che avevano sede presso la chiesa dell’Annunziata, oggi San Benedetto.

Per le religiose Sant’Antonio abate, era, ovviamente, il più esemplare modello di vita monastica da ammirare, venerare e invocare. Per tale motivo nel XVIII secolo, quando ristrutturarono il monastero e rinnovarono la chiesa, le monache disposero la realizzazione di un piccolo e organico programma iconografico in statuaria lignea, col quale rendere onore ai santi del proprio ordine e proporli alla venerazione del popolo.

Nacquero, così, le statue di San Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale e fondatore dell’ordine benedettino, di Santa Scolastica, sorella di S. Benedetto e badessa del primo monastero femminile benedettino e di Sant’Antonio abate “padre dei monaci”.

Nell’iconografia quest’ultimo santo è caratterizzato dal maialino, dalla campanella e dal bastone a stampella, tipico dei pellegrini, definito anche a forma di tau che è l’ultima lettere dell’alfabeto ebraico e quindi allude alle realtà ultime della vita.

Nella chiesa coratina di San Benedetto la statua di Sant’Antonio abate è collocata nella terza cappella a sinistra, eretta nel XVII secolo e posta sotto il patronato della famiglia Patroni Griffi.

Il santo è raffigurato in abito monastico mentre sorregge con la mano sinistra un libro da cui scaturisce una fiammella e con la mano destra un lungo bastone con l’impugnatura a stampella, cui è legato un campanello; sulla parte destra dello scapolare (parte dell’abito indossato dai monaci a cui spesso è unito il cappuccio) è dipinto in bianco un tau. La figura del santo non è statica in quanto il movimento è trasmesso dalla postura, dallo sguardo di Sant’Antonio rivolto verso l’alto e dal grande mantello riccamente drappeggiato che avvolge l’intera figura.

Dell’opera conosciamo la datazione risalente al XVIII secolo, mentre ci è ignoto il nome dello scultore che ipotizziamo comunque essere pugliese; ai primi del ‘900 l’opera ha subito un lieve intervento di restauro che si è limitato alla sola ridipintura.

La statua di pregevolissima fattura costituisce, insieme alle altre presenti nella chiesa di San Benedetto, un meritevole esempio di scultura lignea policroma, realizzata ampiamente durante i secoli XVII e XVIII da numerose e competenti botteghe, anche locali. Inoltre, il soggetto raffigurato: Sant’Antonio Abate, è segno è frutto di un culto antico e poliedrico che ha dato vita a folcloristiche tradizioni e a numerose forme di devozione religiosa.

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