Jò a Jò: unione tra sacro e profano

Dicembre è uno dei mesi in cui sono più condensate alcune delle tradizioni che caratterizzano Corato.

Corato - venerdì 07 dicembre 2007
Jò a Jò: unione tra sacro e profano
Jò a Jò: unione tra sacro e profano © n.c.
Per conoscere la vita e l’essenza stessa di un popolo bisogna analizzare non solo la sua storia, ma andare oltre studiandone tradizioni, riti e feste. Dicembre è uno dei mesi in cui sono più condensate alcune delle tradizioni che caratterizzano Corato.

Per noi coratini il 12 dicembre è il giorno della Jò a Jò.

Per noi coratini la Jò a Jò è una tipica tradizione che continua a restare salda nonostante, oramai, le tradizioni stiano perdendo il loro originario significato; se a detta dei nostri nonni, nel tempo addietro si bramava l’arrivo di questi momenti per “aver un po’ più di libertà e per assaggiare cibi, che si potevano soltanto sognare durante il resto dell’anno”, oggi, dove tutto questo è all’ ordine del giorno o anzi del momento, le tradizioni sono vissute in maniera diversa, a volte svuotate del loro originario significato o addirittura passano inosservate.

La tradizionale festa si fa portatrice di valori cristiani, essa celebra infatti Santa Lucia. Sebbene l’ufficiale ricorrenza della Santa cada il 13 dicembre, la Jò a Jò si è sempre svolta il 12 forse con l’intento di aspettare la venuta del giorno seguente e quindi di accogliere nel migliore dei modi la festa di Santa Lucia.

Un duplice motivo lega Santa Lucia alla luce, agli occhi: il suo stesso nome datole in battesimo che fa preciso riferimento alla sfera della luce e la legenda secondo la quale le sarebbero stati strappati gli occhi dai carnefici.

Oltre alla sfera religiosa, la Jò a Jò include nel suo significato più recondito precisi riferimenti pagani: l’aspetto pagano sta proprio nell’emblema di questa ricorrenza vale a dire il fuoco.

Fin da sempre ed in molte culture, il fuoco ha sempre avuto un grande patrimonio simbolico ed interpretativo tanto da caricarlo di specifici ruoli: purificatorio, perché brucia il vecchio e tutto ciò che deve essere abbandonato, trasformatore, perché nel falò sono spesso gettati preghiere e desideri che si spera possano realizzarsi tramite l’azione trasformatrice del fuoco, apotropaico, per allontanare le tenebre ed il freddo, per difendere dal male e dalle malattie la popolazione ed il paese stesso, propiziatorio, poiché anticamente soprattutto nei mesi invernali, intorno al solstizio d’inverno, si accendevano dei fuochi per le strade per propiziare l’arrivo del sole.

A Corato la tradizione dell’accensione del falò è molto antica: era abituale vederne di numerosi nelle piazze e nelle strade, non solo per il loro aspetto più funzionale ma anche in veste di portatori di alcune delle funzioni sopracitate.

Ultima ma non per questo meno importante era la funzione pratica dell’accensione del falò, infatti quando la corrente elettrica ed il riscaldamento non erano ancora presenti o quando questi erano un lusso per pochi, il falò faceva luce nelle strade e riscaldava le persone che si riunivano attorno.

Non solo, ma quando il fuoco si spegneva, accompagnato dalla cantilena dei bambini che dicevano “è mùorte, è mùorte”, le persone raccoglievano un po’ di carboni ancora ardenti da poter riporre nella frascere, attorno alla quale si creava un’atmosfera di semplicità e familiarità, che molti di noi oggi possono solo immaginare.

Oltre a farsi portatrice di significati cristiani e pagani, la festa delle Jò a Jò annuncia l’arrivo del Natale: oggi lo si annuncia con le luci, i colori, i canti, con l’albero di Natale ed il Presepe, con i negozi super addobbati e l’inizio della caccia al regalo per parenti ed amici, mentre ieri lo si annunciava semplicemente con queste parole: “Osce jè sande Lecie e Natale jè a tridice die; c’e megghie vu cundà, n’alte duce n’adacchià!”.