“Second life” e la città reale

Un ambiente virtuale in cui è possibile muoversi e interagire dopo essersi iscritti creando una propria identità.

Simona Musio La casa e l'albero
Corato - venerdì 24 novembre 2006
“Second life” e la città reale
“Second life” e la città reale © n.c.

Il nostro conterraneo Francesco Giorgino ha recentemente presentato un servizio del tg1 su uno dei giochi on-line di più recente definizione, “Second Life”, un ambiente virtuale in cui è possibile muoversi e interagire dopo essersi iscritti creando una propria identità.

L’home page promuove “un mondo digitale on-line, immaginato creato e di proprietà dei suoi abitanti”. Iscrivendosi è possibile scegliere il proprio nome, sesso, aspetto fisico e professione. Fin qui nessun limite alla fantasia.

Si prosegue pagando 10 dollari per entrare nel gioco con la possibilità di acquistare proprietà virtuali in Linden Dollars. Questi a loro volta vengono acquistati con i soldi, reali, da pagare con carta di credito alla Linden Lab di San Francisco, casa produttrice del software.

Da quando è nato, nel settembre 2006, il sito ha raccolto migliaia di utenti in ottanta paesi del mondo, facendo leva sull’offerta di un universo parallelo che sembrerebbe appagare l’istinto del singolo a possedere il controllo del proprio destino.

Secondo lo stesso fondatore della Linden, Philip Rosedale, l'importanza dell'esperimento sta nella realizzazione di “quello che il mondo dovrebbe essere per le masse”.
E’ proprio così?

Il fenomeno è diventato materia di studi sociologici e urbanistici presso importanti università statunitensi come la Trinity University di San Antonio e la University of Texas.

Gli orientamenti recenti dell’urbanistica riconoscono effettivamente nella simulazione un possibile strumento di acquisizione di dati relativi alle esigenze degli abitanti.
In seguito all’insuccesso dei piani degli anni ’70 si è riscontrata la necessità di una pianificazione meno basata su previsioni strategiche e più rispondente alle aspettative della gente.

Le difficoltà di gestione e attuazione dei piani di vecchia generazione hanno dimostrato come un piano non condiviso sia destinato a fallire, portando a continui aggiustamenti, deroghe, sanatorie, situazioni di incompatibilità e degrado.

In sostanza un piano urbanistico sulla carta potrebbe essere dei migliori, ma non ha nessun valore allorché non coordini le diverse esigenze dei cittadini. Per queste ragioni la più recente normativa urbanistica ha introdotto il concetto di “partecipazione” come strumento indispensabile per la formulazione dei piani. Resta il problema di come tradurre le esigenze collettive nella pianificazione della città reale.

Le difficoltà di attuazione di questo strumento sono dovute alla stessa cultura del piano prescrittivo ormai radicata: abituati a concepire la pianificazione come un insieme di norme calate dall’alto, si riesce difficilmente ad entrare in un’ottica che comporta responsabilità, senso civico e di appartenenza. Non è sufficiente organizzare forum formali di partecipazione. La sfida sta nel tradurli in un nuovo senso di cittadinanza attiva.

La città reale non può essere il risultato di una semplice sommatoria delle esigenze individuali. L’affermazione del diritto implica il riconoscimento della norma come garanzia collettiva. Né questa garanzia può essere orientata da esigenze particolari. Non a caso il mondo parallelo della Linden finisce con l’assomigliare più ad un far west che a una città con elevato valore di vivibilità.

Il passaggio a una città “partecipata” è lento ma non impossibile. Possiamo averne la percezione osservando come nel nord o nel centro Italia i cittadini siano storicamente più abituati a difendere in prima persona il decoro degli spazi pubblici.

Del resto per fattori climatici alle nostre latitudini gli spazi aperti hanno anche potenzialità maggiori di fruizione, non a caso tradizionalmente vi si coltivavano i rapporti di vicinato.

E’ necessario un efficiente sistema normativo e di controllo, ma per la sua efficacia occorre che la strada, la piazza, l’ambiente siano riconosciuti da ciascuno come indispensabile completamento del privato e non come ciò che
ne “avanza”. Questo cambiamento di prospettiva si riconosce in gesti quotidiani che non dipendono solo dalla educazione individuale ma da un diffuso coinvolgimento nella cosa pubblica.

Ce ne accorgeremo quando non capiterà più di vedere un giovane gettare con disinvoltura dal finestrino dell’auto la stagnola vuota del suo cartoccio di patatine. O un adolescente scagliare per strada la carta della focaccia con la veemenza in cui scarica tutta la sua giovane “energia”.

I fattori utili a questo cambiamento sono tanti e complessi, ma sono l’unica via per recuperare concretamente la qualità urbana. E per non cadere nella rete di Mr. Rosedale.