Luigi Santarella, Toyo Ito e i nuovi alberi

Simona Musio La casa e l'albero
Corato - venerdì 19 maggio 2006
Luigi Santarella, Toyo Ito e i nuovi alberi
Luigi Santarella, Toyo Ito e i nuovi alberi © n.c.
Un’esperienza a mio parere sinteticamente significativa della tecnologia costruttiva del calcestruzzo armato è l’edificio realizzato nel 2004 per Tod’s dall’architetto Toyo Ito, a Tokyo.

Un contesto distante, geograficamente e culturalmente, dal nostro. Ma poiché l’architettura è fatta anche di paradossi apparenti, mi piace ricostruire un filo conduttore tra Toyo Ito e l’ingegnere Santarella.

Il nostro illustre concittadino agli inizi del secolo scorso contribuì alle ricerche e sperimentazioni sulla tecnologia che per la prima volta univa in un unico sistema statico due materiali: il calcestruzzo e le barre d’acciaio che, rispondendo rispettivamente a compressione e a trazione, consentono la resistenza a sollecitazioni complesse (flessione, torsione, taglio, presso-flessione).

Di fatto la tecnica del c.a. concilia le proprietà dei sistemi costruttivi massivi (quali quelli in pietra del trilite classico o dell’arco e della volta) e le caratteristiche dei modelli ad aste e nodi (come quelli in legno o in acciaio).

Questa peculiarità permette di coprire grandi luci e di ridurre le sezioni portanti verticali, consentendo soluzioni distributive non condizionate dalla presenza di setti murari continui.

Tra gli edifici realizzati a Corato da Santarella sono noti i palazzi Tarantini, Tedeschi, Tota e la volta della chiesa dell’Incoronata, che furono tra i primi esempi applicativi in Italia, intorno al 1930.

Docente presso il Politecnico di Milano, il Santarella fu autore di importanti testi di riferimento per la modellizzazione teorica del calcestruzzo armato, sulla base di una ricca esperienza sull’analisi diretta del comportamento del materiale.

Le precedenti esperienze sul c.a. avevano riguardato soprattutto la Francia, con il brevetto di Hennebique e le ricerche architettoniche di Le Corbusier, mentre contemporaneamente Frank Lloyd Wright elaborava il suo proprio linguaggio negli Stati Uniti.

Sotto l’aspetto formale si aprirono da subito due ambiti di interesse: da un lato lo studio di sistemi modulari ripetibili, utili a semplificare e accelerare il processo costruttivo, dall’altro la sperimentazione di forme ardite e organiche. Due filoni diversi e talora contrapposti, contestualmente presenti nel dibattito architettonico che negli ultimi decenni ha assunto sempre più un respiro internazionale.

L’edificio Tod’s di Toyo Ito è una sintesi matura di entrambi questi approcci, non a caso frutto progettuale dell’ architetto giapponese-simbolo della avanguardia architettonica contemporanea.

L’involucro è costituito da una trama in cemento armato che disegna l’immagine di una fila di alberi. Giocando con l’infittirsi e assottigliarsi dei rami verso l’alto, le aperture vetrate diventano più piccole e fitte ai piani superiori ad uso uffici, mentre ai piani inferiori, in corrispondenza dei negozi, restano grandi vetrate incastonate tra i “tronchi”.

Sottolinea Ito che “gli alberi sono organismi che si auto-sostengono e perciò la loro forma ha una razionalità strutturale insita”.

E’ evidente nelle intenzioni progettuali la volontà di superare la scansione convenzionale di elementi verticali e orizzontali e di riappropriarsi della materia attraverso il recupero del suo senso originario.

Un caso esemplare di come un progetto possa sottrarsi a tendenze o modelli convenzionali, tornando a fare riferimento alla razionalità costruttiva e formale della natura. Non un riferimento letterale, ma di metodo, che come tale assume validità a prescindere dalle declinazioni locali.

Del resto alla cultura architettonica giapponese è ben noto il principio costruttivo del legno, connaturato alla forma stessa degli alberi, che in questo caso trova rispondenza nelle potenzialità dell’armatura metallica.

La casa tradizionale giapponese è, per motivi di frequenza e intensità sismica ma anche culturali, pensata come oggetto dinamico da trasformare in relazione alle esigenze. Una concezione molto diversa dalla nostra, più strettamente legata invece all’edificio come elemento immutabile e massivo.

Non a caso l’esperienza di Toyo Ito si inserisce nel contesto della megalopoli discontinua per eccellenza, che del dinamismo e della poliedricità fa la sua essenza disgregante e costitutiva.

Il filo sottile tra Santarella e Ito si dipana leggero e trasparente ma non per questo meno solido nel suggerire vie trasversali, sottili, immateriali, immutabili sotto la superficie materica della progettazione.