Come eravamo agli inizi del Seicento

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 25 giugno 2010
Come eravamo agli inizi del Seicento
Come eravamo agli inizi del Seicento © n.c.

Nel 1532 il territorio di Corato venne assegnato “in dominio” a Francesco de Rupt di origine germanica. Il feudo fu poi ereditato da sua figlia Beatrice. Quando la marchesa morì intorno al 1611 senza eredi diretti, la Corte di Napoli decise di vendere all’asta il feudo di Corato, pertanto inviò nella nostra città alcuni suoi rappresentanti per una stima del suo valore.

Arrivò una delegazione presieduta da un tal Montalto, dall’avvocato fiscale Geronimo di Natale e dal perito Giulio Cesare Fontana. La stima si basò sulle dichiarazioni di alcuni cittadini tra i più autorevoli e in vista: il notaro Domenico Tandoi, di circa 50 anni, più volte nel governo della città e da alcuni anni cancelliere; Francesco de Tota, agrimensore di circa 60 anni; il dottor Tommaso Angelo Boj, uomo del governo della città (era uno degli “eletti”, una specie di assessore del tempo), di circa 37 anni; Luca Mangione, di anni 38, facoltoso proprietario, e Carlo De Bianco, 70 anni, ricco proprietario e più volte sindaco della città.

E’ dalla relazione del notaro Domenico Tandoi (cui poi fu intitolata la stradina “via notar Domenico”), pubblicata negli anni ’30 sulla rivista “La murgia” diretta da Tomaso Venitucci e successivamente ripresa da Niccolò Molinini nel suo libro “Corato nella leggenda e nella storia”, che recuperiamo le informazioni più interessanti sulla nostra città agli inizi del ‘600.

“Interrogatus”, sotto giuramento “dixit” che Corato distava setta miglia dal mare Adriatico e che era circondata da una “muraglia forte e buona con 24 torrioni”. A levante aveva un castello con un fossato e due ponti levatoi, uno verso l’esterno e l’altro all’interno. Corato era “piena assai di case e stavano strette assai per lo gran popolo”. All’interno delle mura c’erano due grandi palazzi “finiti” ed un altro in costruzione. Il primo era il palazzo Gentile e l’altro il Palazzo della Corte (la ex Pretura).

Il palazzo in costruzione era quello delle “pietre pizzute” della famiglia di Federico Patroni. Altre case grandi erano di due o tre camere ma “generalmente si abitava stretto”. Nella città vi erano sette chiese, la più importante era Santa Maria Maggiore con il Capitolo, poi il monastero di San Francesco in piazza del Popolo, Santa Maria dell’Annunziata con le monache benedettine, la chiesa del Monte di Pietà con un’arciconfraternita di 33 laici. Questa confraternita ogni anno dava delle somme in beneficenza per il “maritaggio”, una dote di 42 ducati a testa per “tre povere zitelle”. C’erano poi le chiese di Santa Maria Maddalena con l’ospedale, San Bartolomeo (probabilmente su via Roma) e Santa Margherita.

Fuori le mura erano state erette nei secoli precedenti ben tredici chiese. Tre erano monasteri (San Cataldo, Santa Maria Vetere dei monaci di San Domenico e Santa Maria della Consolazione presso i Cappuccini) e poi S. Vito, S. Cristofaro, S. Maria della Grazia, S. Lucia, S. Maria di S. Elia, S. Pietro, S. Salvatore, S. Angelo, S. Rocco, Spirito Santo. La chiesa di Santa Maria Maggiore aveva l’arciprete e circa 40 sacerdoti nel Capitolo.

Alla domanda se a Corato ci fosse nobiltà, il notar Domenico Tandoi rispose che non c’era vera nobiltà ma dimoravano circa 50 famiglie che “vivevano nobilmente”, con sei dottori in legge, su una popolazione di circa settemila anime. Generalmente la ricchezza (la “facultà”) di questi abitanti era mediocre, però vi erano cittadini che avevano una rendita che andava da due a ventimila ducati. I coratini venivano definiti persone molto “industriose che si esercitavano in diverse cose di mercanzie di bestiame, olio, mandorle (“amendole”), grano,orzo ed altre robbe”. Vi erano ben otto “trappeti” di olio.

Il territorio coratino si estendeva “di circuito intorno intorno” per 33miglia e si coltivavano amendole, olive, vigne, diverse “sorte di frutti”, grano, orzo, legumi, fave in particolare, lino e poche quantità di “anice e cumini”. “Interrogatus” circa la quantità di raccolto di questi prodotti, notar Domenico rispose che, nonostante la fertilità del terreno, i coltivatori coratini erano danneggiati dalla presenza dei pastori abruzzesi che avevano il diritto di pascolare sulle nostre contrade. In quel periodo si producevano 700 some di olio (1), 3000 tomoli di mandorle, 7-8000 some di vino, 400 carra di grano e altrettanti di orzo, venti carra di fave e altri legumi.

Erano pochi i territori coltivabili perché la maggior parte del territorio coratino era occupato dalle Murge e dal demanio per il pascolo. Nel demanio tutti gli abitanti di Corato avevano i cosiddetti usi civici, cioè il diritto di pascolare liberamente e di “legnare”. Ai rappresentanti della Real Corte di Napoli interessava sapere quali fossero le entrate fiscali della città, in particolare quali gabelle si pagassero. Le gabelle erano davvero tante: nove carlini per ogni soma di olio, 4 carlini ogni soma di vino mosto, un tomolo di mandorle ogni otto tomoli trasportati, e poi quelle sull’orzo, sulle fave, sul grano, sulla farina, sulla carne, sulla macellazione (“scannaggio”), sul bestiame introdotto in città, sulle merci vendute dai forestieri. Oltre alle gabelle, l’ “Università” dI Corato aveva altre entrate come quelle derivanti dai tre forni per la cottura del pane e da un altro piccolo forno per la cottura della carne e dalle “beccarie” dove si macellava e si vendeva la carne.

Anche i compiti di “baglivo e mastrodattia” (il “baglivo “ era il giudice conciliatore per controversie civili di scarsa importanza, mentre il ”maestro d’atti” era il cancelliere che affiancava il governatore nell’amministrazione della giustizia) venivano dati in fitto. Tutte queste entrate ammontavano a circa quindicimila ducati l’anno.

A Corato si svolgevano tre fiere: quella di Ognissanti, quella di San Cataldo a maggio e a luglio di San Cristoforo, tutte della durata di otto giorni, durante le quali venivano a Corato molti forestieri a vendere e comprare animali e altre merci.

Avvenuta la stima, il viceré conte di Lesmos vendette, attraverso atto del notaio Nicola Gentile, il feudo di Corato il 20 (altre fonti il 26) giugno 1615 a Francesca della Noya, duchessa di Andria e moglie del marchese Don Antonio Carafa, per la somma di 70.000 (altre fonti 75.000) ducati. I coratini rimasero sotto i Carafa fino all’arrivo dei francesi nel 1806, quando “l’università” di Corato diventò Comune ed il feudalesimo ebbe fine davvero.

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(1) Le misure di capacità, di peso, di lunghezza e di superficie variavano di città in città. Per esempio, a Ruvo una soma di mosto corrispondeva a 200 litri.