1946, forti tensioni sociali a Corato

Pasquale Tandoi Accadde a Corato
Corato - venerdì 16 aprile 2010
1946, forti tensioni sociali a Corato
1946, forti tensioni sociali a Corato © n.c.

La guerra era finita da pochi mesi ed era arrivato il rigido inverno del 1946. I soldati coratini, sopravvissuti alle stragi sui vari fronti, tornavano a casa.

La massa sterminata dei braccianti stentava a trovare lavoro e cominciava a riorganizzarsi per portare avanti le lotte per la terra. La miseria era dilagante, pertanto le tensioni sociali aumentavano ed erano sempre sul punto di esplodere in tumulti.

Due testimonianze dell’epoca, da versanti politico-sociali contrapposti, ci fanno cogliere la gravità della situazione a Corato.

Il primo documento è una lettera aperta di “un gruppo numeroso di onesti cittadini”, pubblicata su “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 29 gennaio 1946. La lettera era stata inviata anche al Presidente del Consiglio De Gasperi, all’Ambasciatore inglese, al Capo della Commissione Alleata e al Prefetto di Bari.

L’amministrazione comunale di Corato era retta dal sindaco comunista Giuseppe Casalino e, stando alle parole dei proprietari terrieri sottoscrittori della lettera, “le autorità comunali, arbitrariamente, imponevano di condurre in campagna al lavoro numerosi braccianti anche se non avevano nulla da fare, in terreni già ben coltivati, e di corrispondere loro 200 lire al giorno senza far nulla, per sei ore di lavoro, superando di 60 lire le tariffe stabilite dagli organi provinciali. Se per il cattivo tempo, non potevano recarsi al lavoro, i proprietari avevano l’obbligo di dar loro le 200 lire senza far nulla”.

Tale disposizione del sindaco era definita “disumana, draconiana ed incivile”. Tra l’altro i proprietari parlavano di “presunti disoccupati”, poichè il loro numero era salito a varie migliaia, mentre i “veri” disoccupati, i reduci con famiglie a carico, erano, secondo le loro stime, solo qualche centinaio. Gli altri erano tutti piccoli proprietari o mezzadri o affittuari.

I proprietari denunciavano, poi, un clima intimidatorio nei loro confronti. “Il sindaco comunista ha detto giorni fa ai contadini: Se i proprietari non vi pagano, potete aggredirli e saccheggiare le loro case.

Facevano inoltre rilevare la generosità dei benestanti di Corato che dal 27 luglio 1945 avevano versato, “in seguito ad inviti più o meno minacciosi”, svariati milioni pro disoccupati ed assistenza ai poveri.

I cittadini di Corato contribuivano ad alleviare il problema della disoccupazione con una maggiorazione del 20% delle imposte dirette ed indirette, di 20 lire su ogni chilo di carne o di pesce acquistato, di 10 lire per ogni razione di tabacco prelevata, con un contributo per ogni biglietto di ingresso al cinema, per ogni tazza di caffè consumata nei locali pubblici ed altro.

I proprietari pretendevano dalle autorità comunali una revisione seria delle liste dei disoccupati che doveva comprendere i “veri bisognosi” e di denunciare alla magistratura “imbroglioni, sfruttatori e speculatori”. Auspicavano che le decisioni degli amministratori fossero prese negli interessi di tutti, in un clima di calma e non sotto minacce. Chiedevano un immediato inizio di una serie di lavori pubblici, “non potendo gli agricoltori sopportare oltre il gravoso onere della disoccupazione che aveva esaurito le loro fonti”. L’ultima richiesta infine riguardava la cessazione delle violenze e la tutela dell’ordine pubblico.

L’altra testimonianza è di Vitantonio Abbattista, autodidatta, sindacalista della CGIL e militante comunista, attraverso le pagine del suo libro “Lotte sociali e condizioni di vita a Corato”.

“Il lavoro scarseggiava, l’unica strada per sostenerlo era la lotta e la protesta dei disoccupati. Ai reduci venivano date alcune migliaia di lire ed alcuni chili di pasta e legumi per attutire un po’ le loro ire. Queste forme di assistenza non calmavano la lotta dei disoccupati. Una sera un gruppo di reduci assaltò la sede degli ufficiali in congedo ed appiccò il fuoco. Gli ufficiali erano ritenuti colpevoli di aver portato i soldati allo sbaraglio durante la guerra”.

“I cortei si facevano spesso per dimostrare la ferma volontà di battersi per ottenere il lavoro. Spesse volte succedevano i tumulti anche nella Camera del Lavoro perché non riusciva ad avviare i disoccupati al lavoro, avendo allora essa la funzione di collocare i disoccupati”. La Lega Braccianti ormai orientava le sue lotte per la trasformazione del Bosco Comunale, area demaniale destinata un tempo agli usi civici, occupata illegalmente da vari proprietari. Scrisse Vitantonio Abbattista: ”Di questa terra i fascisti disponevano come meglio credevano; la toglievano da uno a loro sgradito e la davano ai loro amici”.

Dopo le elezioni amministrative del marzo 1946, il Consiglio Comunale a forte presenza socialcomunista redasse il regolamento per la trasformazione dei settecento ettari del Bosco Comunale e l’assegnazione delle quote ai braccianti che avessero inoltrato domanda. Dopo il sorteggio dei circa mille quotisti cominciò il duro lavoro dello spietramento, della sgraminatura e del taglio degli alberi per impiantare vigneti ed uliveti.

Solo così la tensione sociale cominciò ad attenuarsi: stava realizzandosi in parte il vecchio sogno della terra, un piccolo pezzo di terra, ai contadini.

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