Mistero Buffo di Dario Fo

Enzo Tandoi Sfogliando la biblioteca
Corato - venerdì 24 febbraio 2006
Mistero Buffo di Dario Fo
Mistero Buffo di Dario Fo © n.c.
Con Mistero buffo, l'arte di Fo raggiunge il massimo grado di novità e originalità, riproducendo non la tradizione istituzionale del teatro, ma la vis espressiva e la indomita risorsa comunicativa dei giullari medievali (detti joculatores, appunto).

E Fo è un giullare perfetto che, “maneggiando” con destrezza, homo ludens e homo cogitans, Per dirla alla “Huizinga” ripercorre una storia millenaria caratterizzata da angherie, nel tentativo, anche, di far sobbalzare le coscienze, visto che in lui il fulcro compositivo ruota attorno alla ricerca della DIKE.

I giullari recitavano nelle piazze, nelle corti e, assieme ai comici dell’arte, furono gli iniziatori del grammelot, articolazione di suoni e di azione scenica che diventano un corpus indissolubile, nate sia dalla congiuntura per cui i giullari che viaggiavano in luoghi in cui si parlavano lingue diverse, e quindi dalla necessità di farsi intendere un po’ da tutti, sia da dictat censori che prescrivevano loro di non “dire” in lingua.

È come se Fo avesse dato una “rispolverata” a quell’ universo perduto, rielaborandolo a suo modo, sentendosi vicino alle sofferenze, alla meschina condizione degli esclusi, sempre a caccia del pane e sempre allontanati da chi di pane ne ha in abbondanza tanto da essere additato come goloso.

Con Mistero buffo, Fo punta proprio a far risorgere la cultura delle classi abiette, da sempre tenuta alla periferia di tutto, sconsacrata nella sua matrice umana. Mistero buffo inizia con il primo capitolo intitolato Rosa fresca aulentissima, per mezzo del quale Fo presenta un’opera molto conosciuta sulle antologie letterarie di scuola: Rosa fresca aulentissima, appunto. L'opera, conosciuta anche come Contrasto di Cielo d'Alcamo, poeta della Scuola poetica siciliana, è un dialogo fra un gabelliere che vorrebbe fare l'amore e una ragazza che lo respinge. Un' opera per la quale, dal Trecento in poi, si è parlato di cifra erudita e aristocratica. Solo una persona raffinata, poteva rimodellare un orizzonte triviale come un "dialogo di amor carnale" in assoluta poesia.

Fo, invece, alternando citazioni erudite a battute, sostiene che si tratta di un testo di origine popolare, precisamente di una ballata, che poteva anche essere recitata nelle piazze. Rosa fresca aulentissima conferma una delle tesi più radicate di Fo: l'esistenza, fin dal Medioevo, di quella cultura alla quale storicamente non sarebbero state riconosciute peculiarità e autosufficienza culturale.

Il titolo Mistero buffo, è paradigmatico della scelta di Fo di trattare l’espressione popolare nella sua veste ironico-grottesca, come mezzo di provocazione e di sovversione delle idee.

Abbiamo un solo attore che recita nella lingua originale dell'opera, rivisitata in dialetto padano con tracce venete, lombarde e piemontesi. L’attore entra ed esce dai vari personaggi e mantiene con il pubblico un contatto immediato.

I testi medievali recitati da Fo a volte sono interamente autentici, a volte invece sono riadattamenti: è il caso per esempio di Bonifacio VIII, incentrato su quanto riportato in alcune cronache venete dove un Cristo prende a pedate il Papa per la sua condotta assolutamente non irreprensibile.

Per altri testi invece ha lavorato su canovacci originali, innestando modifiche e riabilitandoli ossia “raschiandone” le falsificazioni delle apportate nei codici.

Questa originale forma di teatro, creata da Fo, può essere meglio compresa assistendo direttamente ai suoi spettacoli, del tutto irripetibili “pastiches”. Fo coglie al volo l'incidente iniziando così a chiacchierare ad esempio con il tuono, avvincendo lo spettatore in una esilarante ed imponderabile atmosfera scenica oltre che di pensiero eterodosso.

“A Dario Fo… che nella tradizione dei giullari medievali fustiga il potere e riabilita la dignità degli umiliati…”.

Questa la motivazione dell’Accademia di Svezia per il conferimento del premio Nobel per la Letteratura a Dario Fo nel 1997, “giullare della parola” oltre che dell’umanità sempre a corto di lazzi e riflessione, serviti questi sul piatto del riso, anche, a volte, fine a se stesso.
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