Luigi Pirandello

Enzo Tandoi Sfogliando la biblioteca
Corato - venerdì 27 gennaio 2006
Luigi Pirandello
Luigi Pirandello © n.c.
Pirandello, il più acuto osservatore letterario della realtà contemporanea, si forma nel periodo di una duplice crisi: da una parte, la crisi storica e sociale dell’Italia; dall’atra, la crisi della cultura positivistica, la caduta cioè dei valori e delle certezze acquisite. Più grave era la seconda; il crollo dei miti della ragione, della scienza , del progresso, che si esprime nella contemporanea cultura del decadentismo, trova nell’opera di Pirandello una delle sue più importanti espressioni: l’uomo non è più in grado di conoscere e di padroneggiare il mondo esterno, non è in grado di conoscere più se stesso e non si appartiene. Viene da qui il relativismo di Pirandello; esso utilizza il linguaggio del teatro per definire la vita come una “buffoneria”, una “mascherata”, un “gioco delle parti”, appunto. Dal libro “Le Finzioni dell’anima” di Marchesini, Pirandello ricavò l’assunto per cui non esisterebbero valori morali apriorisciti e definiti fuori del soggetto: l’idea del bene, il dovere, ecc…sono semplici “credenze”, che Pirandello chiamerà poi “forme”.

Il tema contrasto tra la “vita” e la “forma” è appunto un altro dei temi pirandelliani. Il tema della “forma” come ciò che si oppone e blocca il flusso della “vita”, è importante per capire come nasca e si sviluppi, in Pirandello, l’esigenza del teatro.

Infatti, il palcoscenico è un mondo finto, su cui si agitano, non uomini vivi, ma personaggi, ossia “maschere”. Riprendono l’antica consuetudine del teatro greco di fare indossare agli attori una grande maschera dai lineamenti pronunciati, comici o tragici, che dessero a vedere subito la natura del personaggio rappresentato.

Per Pirandello, il teatro è un luogo-simbolo, l’ambito della falsità, delle apparenze sociali; cerchiamo la vita vera , invece siamo costretti a vivere in un mondo falso, nel mondo delle maschere, dei fantocci, dei “pupi”.

Pirandello si presenta come un autore umorista, vicino ai modelli umoristici del passato e del presente. In loro egli ravvisa tre caratteristiche principali: anzitutto, lo scrittore umorista ha un atteggiamento critico rispetto a valori e credenze tradizionali; si vuol distaccare da sentimenti ed emozioni; nelle opere umoriste si fondono temi alti e bassi e sono utilizzati stili diversi.

Un punto decisivo, in questa poetica dell’umorismo, riguarda il ruolo della riflessione; è appunto dalla riflessione che viene messo in moto il sentimento del contrario. Affermando la centralità della ragione nell’arte, Pirandello, si collega con Manzoni e soprattutto con il verismo di Verga, modello sempre imitato; infatti, è vero che la riflessione scompone, disordina, discorda, ma ciò per aderire meglio alla vita nuda, a cui l’artista deve mantenersi fedele.

Ciò porta delle conseguenze anche sul piano della lingua e dello stile; per aderire meglio alla vita, la letteratura umorista non ha paura del disordine, essa rifiuta di obbedire a regole o modelli astratti, invece, ha bisogno del più vivace, libero, spontaneo ed immediato movimento della lingua; perciò, Pirandello, difende lo stile di cose di Verga di contro lo stile di parole della tradizione; e utilizzerà il dialetto, quando esso conceda una maggiore aderenza della forma con la vita.

Per Pirandello anche lo scrittore umorista non è più colui che scrive, ma colui che tra-scrive; se Verga aveva teorizzato il nascondimento dell’autore, adesso Pirandello sposta ancora più in là questa rinuncia al tradizionale ruolo dello scrittore che rifà il mondo: l’autore sparisce, diventa muto, si annulla; perciò i suoi personaggi, vagheranno in cerca di autore (Sei personaggi in cerca di autore). Ciò che resta cruciale è la perfetta corrispondenza in Pirandello tra relativismo e umorismo: il relativismo gli rivela il caos del mondo; l’umorismo è la forma d’arte più adatta per esprimerlo. Pirandello stesso si definì figlio del caos: ricordava il luogo della sua nascita, ma soprattutto intendeva proporsi come lo scrittore che testimonia la relatività di ogni cosa, il Caos, lo sparpagliamento, il flusso incessante del divenire.

Oggi propongo di godervi, se ne avrete tempo e voglia, un’opera teatrale dell’autore agrigentino di un solo atto: “L’uomo dal fiore in bocca”. Tale fiore non è altro che un’escrescenza, una tumefazione che gli si forma sul labbro. E’ il segno esteriore di un tumore.

E’ il segno della morte che accompagna quest’omuncolo tanto saggio e schietto E’ questo signore un po’ come “L’uomo morto che cammina” di cinematografica memoria.

Eccovi due brevi passaggi:

“E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi continui, a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c'è, c'è, ce lo sentiamo tutti qua, come un'angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell'atto stesso che la viviamo, è cosi sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. I1 sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. I1 gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua... a queste noje... a tante stupide illusioni... insulse occupazioni... Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza... questa che ora qua è una noja... e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura... sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà... che gusto, queste lagrime... E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla... specialmente quando si sa che è questione di giorni.

Caro signore, ecco... venga qua...”

lo farà alzare e lo condurrò sotto il lampione acceso.

qua sotto questo lampione... venga... le faccio vedere una cosa... Guardi, qua, sotto questo baffo... qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo... più dolce d'una caramella: - Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma... La morte, capisce? è passata. M'ha ficcato questo fiore in bocca, e m'ha detto: - «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!»

Pausa

Ora mi dica lei, se con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e quieto, come quella disgraziata vorrebbe.”

Buona fioritura di saggezza tra le vostre labbra.