Proleterka di Fleur Jaeggy

Enzo Tandoi Sfogliando la biblioteca
Corato - giovedì 15 dicembre 2005
Proleterka di Fleur Jaeggy
Proleterka di Fleur Jaeggy © n.c.
La nave si chiama Proleterka, parola che vuol dire “proletaria” e che da il titolo al romanzo. Il tempo del racconto copre quattordici giorni durante i quali il battello si muove attraverso diversi arcipelaghi dei mari della Grecia.

Lo schema narrativo si rifà a quello del romanzo di formazione, ma da questo si discosta per l’assenza dell’esuberanza propria dell’adolescenza o, quanto meno, per una riduzione della stessa al minimo consentito, per mezzo di una scrittura quasi disillusa, glaciale, frammentata in periodi essenziali, privi di orpelli, di subordinate. Il periodare ha una aridità che sfiora la reticenza. È tagliente, quasi a voler sezionare la realtà interiore in più frammenti votati all’atomismo, a voler rendere il senso agghiacciante di una parcellizzazione della coscienza resa irrecuperabilmente mutila dall’assenza di affetti.

Non sappiamo come si chiama la ragazza. A volte racconta in prima persona, a volte parla di sé in terza persona, dicendo “la figlia di Johannes”.
Ci presenta suo padre come Johannes e non lo chiamerà mai diversamente. A sua madre si riferisce come a “la ex-moglie di Johannes”.
Due persone troppo diverse, sua madre e suo padre. Lei lo aveva sposato perché era ricco. Poi la famiglia di lui aveva perso tutto.

Lei se ne era andata e la ragazzina era stata affidata alla nonna. Un viaggio con lo sguardo rivolto indietro, ai ricordi di un’infanzia triste e asettica, permessi regolati con il contagocce per vedere il padre, quest’ uomo con gli occhi sbiaditi, freddi come l’inverno. La ragazza non riuscirà a conoscere il padre in queste due settimane, perché è quasi impossibile rompere la barriera del silenzio di anni, e lei, che si affaccia alla vita, ha bisogno di qualcos’altro, di un calore che nessuno le ha mai dato.

Episodi effimeri, ma come può sapere che cosa è l’amore chi non lo ha mai ricevuto neppure dai propri genitori?

E poi, una svolta improvvisa, alla fine, quando il padre è morto da anni, e un’ altra persona si fa viva a rivendicare il suo affetto di figlia. Sapeva tutto suo padre? Forse il suo comportamento acquista un nuovo significato. E serve dire la verità quando è inutile?

A mio avviso, uno dei motivi d’interesse del romanzo è la sua atipicità stilistica, ovvero il suo voler mettere alla prova la scrittura: questa infatti si affatica nella rappresentazione di un mondo interiore ostile al racconto di se stesso. La parola qui non descrive. Qui la parola si fa strumento, non è il fine. La parola si affila per poter scavare, e la materia di scavo manifesta la sua contrarietà alla vivisezione. Difatti siamo agli antipodi della scrittura compiaciuta di sé. Siamo, oserei dire, dinanzi ai dubbi di una scrittura che cerca affannosamente di resistere, di reagire, attraverso la sua ostinazione al racconto di un nulla emozionale, la cui possibilità di rigenerazione vive nella parola che crea la realtà, anche se qui la ripropone in negativo, per mezzo di ciò che la realtà non dovrebbe essere. Siamo ai limiti della vertigine: parola e realtà lottano, secondo i loro diversi statuti, per opporsi al nichilismo degli affetti.

In queste pagine si può trovare profonda solidarietà in chi ha vissuto le stesse sventure di figlio, e la fiducia nella vita emergerebbe dal constatare che l’ostinazione del “verbo” a non essere silenzio ci può assistere nella creazione di una realtà più umana.

Lettura agevole. 114 pagine.
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