L'estate del ‘74 - Ultima puntata

Dino Patruno Montagnola’s corner
Corato - venerdì 09 luglio 2010
L'estate del ‘74 - Ultima puntata
L'estate del ‘74 - Ultima puntata © n.c.

“Venne la notte. Al di sopra degli alberi salì alta la luna piena inondando la terra del suo grande chiarore spettrale. E con la notte, mentre giaceva solo col suo dolore presso l’acqua, Buck ebbe ancora la sensazione di un’altra vita nuova che si agitava nella foresta ….

Paolo richiuse il libro. Anche se mancavano poche righe alla fine de “Il richiamo della foresta”, non aveva più voglia di leggere. Si alzò dal letto. Era ormai notte fonda. Ma come gli succedeva ormai da una settimana, non riusciva a prendere sonno.
Probabilmente, quella poteva essere l’ultima notte a Corato per lui. Infatti, il mattino dopo sarebbero arrivati i suoi genitori, improvvisamente riuniti dai terribili eventi di quegli ultimi giorni.

Chissà cosa avrebbero deciso. Per loro e per lui. Il nonno, il giorno dopo la rapina, gli aveva consegnato un pacco di lettere. Erano perlopiù di sua madre. Gli aveva scritto una lettera al giorno da quando lui era a Corato. Due lettere più qualche cartolina di saluti erano invece del padre. Il nonno, non gliele aveva mai date.

Alla muta domanda che con gli occhi Paolo gli aveva rivolto, il nonno non aveva saputo rispondere. Perché non gliele aveva fatte leggere? Non lo sapeva. Ma la lettura in una sola sera di tutto quel carteggio che gli era piovuto completamente inaspettato addosso, aveva confermato a Paolo quello di cui si era gradatamente convinto in quei giorni di forzato esilio a Corato. E che cioè, sarebbe stato meglio per tutti, che i suoi genitori non fossero tornati mai più insieme.

Uscì dalla sua stanza e non sapendo che fare decise di tornare nel suo piccolo rifugio che si era creato nella casa. Il solaio. Una volta lì curiosò tra le vecchie cianfrusaglie dei nonni. Sfogliò distrattamente qualche vecchio giornale di suo padre. Poi, i raggi di luna che balenarono improvvisi dalla finestra che dava sul cortile, attirarono la sua attenzione. Lasciò i giornali e si arrampicò sulla finestra.

Quel cortile scarno e vuoto, disegnato solo dalla bianca luce della luna, ebbe stranamente l’effetto di evocargli le immagini del suo recente passato. Distinguendole e riordinandole nella sua confusa memoria. Come se quello spazio così anonimo e spoglio dipingesse uno scenario ideale per i suoi affastellati ricordi. Per i suoi sogni confusi.

Così, rivide Grazia danzare ancora una volta. Questa volta solo per lui. Una danza finalmente libera e felice. Grazia, aveva saputo dai nonni, era riuscita a partire per davvero. Per fuggire dalla schiavitù paterna e per inseguire l’unico sogno che le era rimasto. Nessuno sapeva però dove fosse andata. Si diceva che forse avesse raggiunto certi parenti che da anni ormai vivevano in Francia. Era partita all’improvviso. Senza salutare nessuno. Chissà se l’avrebbe più rivista.

Rivide Giorgio, il metronotte. Ben saldo sulla sua bicicletta e con quello sguardo attento, ma pieno di umanità. Aveva saputo dal nonno che se l’era cavata. La coltellata di quel bandito, fortunatamente, non gli aveva leso organi vitali. Era ancora in ospedale, ma sarebbe uscito presto. Anche sua moglie era finita in ospedale. Aveva avuto un malore quando aveva saputo quello che era successo al marito. Ma, una volta ripresasi in ospedale, avevano dovuto vincere non poco la sua incredulità nel comunicarle che aspettava un bambino.

Rivide i suoi nonni. Così, come li aveva trovati quando era tornato a casa sano e salvo quell’orribile notte. La nonna che piangeva e continuava a dire che San Cataldo aveva fatto la grazia. Lei quel giorno, durante la processione, aveva chiesto una grazia per lui. Per Paolo. Perché lo vedeva sempre malinconico e pensieroso. Aveva chiesto un po’ di felicità per quella creatura.

Ma dopo quello che era accaduto, era convinta che la vera grazia era stata quella di averlo fatto uscire vivo da quella brutta avventura . Il nonno aveva cercato di mostrarsi forte e duro anche in quell’occasione. Ma poi aveva sentito spuntare una lacrima sulla guancia e si era rifugiato in salotto dicendo che voleva ascoltare la notizia della rapina alla radio.

Rivide Tony, il bandito. Il suo viso alterato e crudele. La sua espressione sconvolta dall’avidità e dall’assassinio. La sua brutalità che sembrava avesse preso il sopravvento. Infine, il suo corpo senza vita, straziato dal proiettile partito accidentalmente dalla pistola in seguito al volo di Vito.

Vito. Già, Vito. Lo vide arrivare all’improvviso. Con la sua solita andatura spavalda e l’espressione strafottente.

Lo guardò con quel suo sorrisino beffardo come volesse prenderlo in giro. Come volesse dire: “ Hai visto? Te l’ho fatta ancora una volta. Sono sempre io il migliore. Vituccio Diabolicche.” Poi, si abbassò improvvisamente e iniziò ad agitare il braccio destro su e giù su e giù, per poi aprirlo in un gesto ampio e liberatorio. Paolo capì. Si infilò la mano in tasca. Era ancora lì. Il “tuppelecchjie” che gli aveva regalato Vito il giorno del loro incontro proprio lì nel cortile.

Paolo allora, lo tirò fuori dalla tasca e glielo lanciò. Vito lo prese al volo con la consueta abilità. Guardò felice quello che per tutti sarebbe stato solo un banalissimo pezzo di legno. Alzò il braccio in alto mostrando il”tuppelecchie” a Paolo come fosse un trofeo. Quindi, ondeggiò col braccio, preparandosi al lancio. Paolo si preparò a riceverlo. Vito lo tirò con la solita forza e precisione. Il “ tuppelecchjie” passò tra le mani protese in alto di Paolo finendo la sua traiettoria all’interno del solaio.

Vito rise, compiaciuto per il bel colpo. Anche Paolo sorrise e gli fece un gesto come per dire “mo, ti aggiusto io” . Quindi scese dalla finestra e si chinò a raccogliere il “tuppelecchje” che era per terra. Tornò sulla finestra pronto per un nuovo lancio, ma quando si affacciò per tirare, si accorse che Vito non c’era già più.

Allora, scese nel cortile e camminò lungo tutto il suo perimetro. Prima piano. Poi, più veloce. Sempre più veloce. Sempre di più. Fino a che, si lasciò cadere per terra esausto. Si distese lentamente sul pavimento. Prese il “tuppelecchje” fra le mani, il suo “tuppelecchje”, e dopo averlo ammirato ben bene esclamò: “Lo sai? E’proprio il più bel regalo che abbia mai avuto. “ Sorrise, chiudendo gli occhi alla luna.

Finalmente si addormentò.