L’estate del ‘74 - Ventunesima puntata

Dino Patruno Montagnola’s corner
Corato - venerdì 25 giugno 2010
L’estate del ‘74 - Ventunesima puntata
L’estate del ‘74 - Ventunesima puntata © n.c.

“Comincio ad averne abbastanza. Sono più di due ore che stiamo su questo maledetto albero.” Disse Nicola toccandosi le gambe anchilosate che penzolavano dal ramo più alto dell’immenso carrubo.

“ Silenzio, caprone. Vuoi che ci senta qualcuno? “ Rispose sottovoce Savino che era appollaiato su di un grosso ramo proprio sotto Nicola.

“ Forse è il caso di andarcene. Se quel ragazzino ci sta facendo un bidone …. ” Protestò Nicola.

“ Dobbiamo aspettare il segnale, imbecille. Il segnale da parte di quel dannato ragazzino. Questo è il piano. A costo che stiamo qui sopra quest’albero come due gufi per tutta la notte. Vuol dire che ancora non è il momento giusto per entrare in azione.” Savino cercava vanamente di tranquillizzare il compagno. Ma anche lui era molto in tensione a causa di tutta quell’attesa. Quando Tony Pennellessa li aveva accompagnati al carrubo, aveva fatto intendere che sarebbero rimasti su quello stramaledetto albero solo poco tempo e che sarebbero entrati presto in azione.

“ Ehi! Hanno strattonato la fune.” Nicola soffocò la voce dalla gioia.

“ Finalmente! Muoviamoci!” Incalzò Savino.

Nicola si trovava in alto sul carrubo. Da lì si dominava tutto il cantiere. In quel momento come aveva spiegato Tony da quella parte e cioè sul lato a nord di quell’immensa tenuta non c’era nessuno. Tutti erano stati convocati al capanno dall’altra parte sul lato sud, per la distribuzione delle paghe. Tutte le luci erano spente. Il buio completo era impedito solo dalla flebile luce della luna, che al suo primo quarto, sbucava da qualche nube che aveva fatto la sua comparsa in quella finora magnifica sera d’agosto.

Nicola tirò a sé la corda assicurandosi che fosse ben tesa e salda. Quel ragazzino sapeva il fatto suo, pensò Nicola. Infatti era stato Vito che la notte precedente aveva nascosto la lunga fune sul tetto. E poi, appena arrivato al cantiere quella sera, con una scusa si era allontanato dagli altri ed era andato a completare l’opera. Per lui, con la sua agilità, era stato un gioco da ragazzi. Annodare la fune ad uno dei grossi comignoli sul tetto. Portarla fin sotto il muro di cinta. Arrampicarsi sul muro e scavalcarlo, procurandosi solo qualche graffio sul filo spinato, con la corda legata in vita.

E una volta scavalcato il muro, lanciarsi come una scimmia sul ramo più vicino dell’immenso carrubo che si protendeva verso la tenuta. Infine, aveva fissato l‘altro capo della fune al possente tronco dell’albero ed era tornato indietro servendosi della fune una volta ben tesa. Il tutto per un percorso di circa cinque metri. Nicola, solo in quel momento, pensò che forse si poteva entrare da qualche altra parte in quell’accidenti di posto . Però, se ce l’aveva fatta il ragazzino …..

“ Allora ti muovi o no? Altrimenti i primi che prendono la paga inizieranno a venire a lavorare e allora addio sorpresa.” Lo spronò Savino che si stava arrampicando fino in cima al carrubo.

“ Al diavolo. Che sarà mai.” Pensò Nicola. Controllò che la pistola fosse saldamente fissata alla sua cintura. Si alzò il fazzoletto che aveva al collo fin sopra il naso e afferrando con forza la fune tra le mani si lasciò penzolare nel vuoto. Poi, con un colpo di reni, si lanciò con il corpo in avanti, fino ad attorcigliare le gambe saldamente alla fune. Ed iniziò la traversata. Il punto più difficile era proprio all’inizio. Bisognava superare il muro di cinta sormontato dal filo di ferro spinato e cosparso di pezzi di vetro e chiodi. La corda era sollevata in quel punto solo poco più di mezzo metro. Cercò di appiattirsi sulla fune il più possibile. Ma non riuscì ad evitare che le punte aguzze del filo spinato gli lacerassero profondamente la schiena. Bestemmiò con la voce strozzata e maledì il momento in cui aveva accettato di partecipare al colpo.

“Vai avanti! Avanti!” Gli intimò Savino.

Nicola strinse i denti e strisciò sulla fune fino a portarsi oltre il muro di cinta e soprattutto oltre quello stramaledetto filo spinato. Avvertì il sollievo che gli procurava il vento che improvvisamente si era alzato sulle numerose ferite che doveva avere sulla schiena. La parte restante della traversata la effettuò lentamente, ma senza grossi problemi. Quando fu arrivato sul tetto, tirò per tre volte la fune. Quello era il segnale per Savino che poteva iniziare a sua volta la traversata. Per Savino il tragitto fu ancora più faticoso. Arrivò dall’altra parte tutto sudato e pieno di lacerazioni profonde. Rimasero lì un minuto in silenzio per riprendere fiato. Poi, dopo aver controllato che sotto non c’era anima viva, Savino fece cenno a Nicola di portarsi sul lato più largo della costruzione. Quello che dava a est. Lì c’erano ancora le impalcature grazie alle quali avrebbero potuto scendere.

Nicola prese un coltellaccio che teneva in tasca e fece per tagliare la fune che li aveva portati fin lì. Ma Savino lo fermò. “ E’ meglio lasciarci una via di fuga.”

Nicola annuì. Si lasciarono quindi scivolare sul tetto fino a toccare con i piedi le grondaie. Quindi, si sollevarono in piedi e di lì saltarono sull’ impalcatura. Fecero parecchio rumore quando atterrarono sulle tavole di ferro. Rimasero, pertanto, stesi immobili con le orecchie tese per qualche minuto. Quando furono sicuri di essere ancora soli, iniziarono con molta attenzione a scendere. La luna era scomparsa, inghiottita dalle nubi che trasportate dal vento avevano coperto completamente il cielo. Il buio non li agevolava di certo in quella discesa anche se li proteggeva da eventuali occhi curiosi.

A metà strada, Savino individuò sulla sinistra una scala di servizio. Fece cenno a Nicola di seguirlo. Si coprì il viso anche lui ed iniziò a scendere lentamente le scale. Quando furono giù, si appiattirono contro il muro. Si trovavano esattamente sul retro di quell’immensa masseria. A circa cinquecento metri dal capanno degli Asselta, posto alla stessa loro altezza, ma sul lato sud della tenuta. Lì, aspettavano duecentocinquanta milioni di angioletti. Savino e Nicola si guardarono intorno. Nessuno. Quindi, Savino imbracciò la sua pistola e fece un cenno al suo compare per invitarlo a seguirlo. Il ballo stava per cominciare.

Sul lato sud del cantiere intanto, in un’ Alfetta 2000 nascosta sotto un immenso fico, c’era Pasquale che sedeva al posto di guida. Era molto nervoso e continuava a fumare quelle orribili sigarette di contrabbando che gli aveva passato Tony.
Pasquale rimuginava in continuazione tutte le mosse da fare. Come in trance, sentiva riecheggiare ogni parola del suo capo.

“ Allora, quando senti il primo sparo ti avvicini con l’auto all’entrata del cantiere. Lì, sappiamo che ci sono due uomini sempre armati che vigilano su chi entra e chi esce. Probabilmente, andranno verso il capanno quando sentiranno gli spari, lasciando incustodito l’ingresso. Io entro, sfondando il cancello con il trattore che abbiamo rubato. Tu mi copri le spalle. Se i vigilanti o uno dei due è rimasto di guardia, lo facciamo fuori. Non possiamo rischiare. Quando la via sarà libera, mentre io andrò a dar man forte agli altri, tu ci aspetterai in macchina con il motore acceso. Tutto chiaro? ”

Pasquale prese la bottiglia della Sambuca che si era portato dietro. Un goccetto gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe tolto quell’orribile sapore che gli avevano lasciato sul palato quelle schifosissime sigarette. Stappò la bottiglia e si attaccò alla canna. Ingollò quasi un terzo del suo contenuto. Si sentiva decisamente meglio. Doveva concentrarsi su quello che di buono quella storia gli avrebbe procurato. Tanti soldi innanzitutto. E poi si sarebbe finalmente vendicato di quel pidocchioso ragazzino. Non vedeva l’ora di trovarselo tra le mani. Portò di nuovo ghignando la bottiglia alla bocca e buttò giù un altro poderoso sorso.

Vito, intanto, si trovava nel capanno insieme a suo padre e agli altri lavoratori, che disposti su due file, aspettavano il loro turno per la distribuzione delle paghe. Erano tutti davanti ad un lungo tavolaccio, dove dall’altra parte erano seduti i due fratelli Asselta.

Uno, solitamente Giovanni , spuntava i nomi e gli importi chiamando il lavoratore di turno. Franco, invece, contava il denaro e lo consegnava. Dietro di loro, due tipacci controllavano che tutto filasse liscio. Ormai era quasi tutto pronto. Franco Asselta si girò verso i due gorilla e fece loro un cenno. Era quello il segnale per andare a prendere il denaro. Solo quando tutti gli operai erano dentro al capanno, gli Asselta davano quell’ordine. Per essere sicuri che nessuno vedesse dov’era custodito il denaro all’interno del cantiere.

Ecco perché Vito sapeva bene che i due sgherri di Tony in quei minuti sarebbero potuti entrare nel cantiere completamente indisturbati. Si sentiva stranamente tranquillo. Come se tutto quello che stava per accadere di lì a poco non lo riguardasse. Come se dovesse viverlo come uno spettatore disinteressato e non come colui che invece aveva sognato quel momento tante volte e che lo aveva addirittura organizzato. Il piano era suo. Tutto suo. Tony si era limitato a trovare gli altri e ad organizzare la fuga dei suoi. Si toccò la borsa di pezza che si portava sempre dietro lì in cantiere. Quella sera, oltre al pezzo di pane solito, c’era la pistola che Tony gli aveva consegnato la mattina prima. Non gli sembrava vero. Una pistola. Mise la mano dentro la borsa. Per sentirla, accarezzarla.

Si sentiva un leone con quell’arma con sé. Era deciso ad usarla se fosse stato necessario. Anche se Tony aveva consigliato di rimanere tranquillo. Perché lui rappresentava la loro copertura. La loro spia all’interno del cantiere. E tale doveva rimanere fino alla fine del colpo. Sospirò. In quel momento, entrò uno dei due tipacci con la cassetta dei soldi. Era in realtà una piccola cassaforte in acciaio. La mollò sul tavolo e si piazzò davanti ,di fronte a tutti , nascondendo alla loro vista Franco Asselta che intanto girava le manopole per la combinazione. L’operazione avvenne nel silenzio più totale degli astanti. Quando la cassaforte si aprì, il gorilla si spostò a lato del tavolo, liberando la visuale, mentre l’altro rimase a guardia dell’uscita posteriore posta dal lato degli Asselta.

“ Amorese Cataldo!” Chiamò Giovanni il primo lavoratore.
“ Hanno iniziato e questi imbecilli ancora non si vedono. Eppure è più di mezz’ora che sono andato sul tetto per il segnale.” Pensò nervosamente Vito.

Tony guardò il cielo. Era diventato tutto scuro. La luna non si vedeva proprio più. E il vento stava diventando sempre più forte. Minacciava pioggia. San Cataldo era proprio un grande santo. La pioggia e il buio di quella notte li avrebbero protetti nella fuga. E poi anche per quei morti di fame dei contadini. Dopo la grande siccità di quell’anno, finalmente un po’ d’acqua. Anche lui era lì da più di due ore e si stava annoiando a morte su quel maledettissimo trattore ben nascosto sotto un grande albero di fichi. Meno male che si era portato un po’ di roba buona per trascorrere meglio quella lunga attesa.

Prese un pizzico di polverina bianca da un sacchettino in pelle che gli pendeva sul collo e lo distese sul dorso della mano destra. Poi con l’altra mano estrasse un piccolo cono d’avorio che gli aveva regalato Patrizia. Sorrise. Quella ragazza ne sapeva una più del diavolo. Peccato che non fosse lì con lui. L’attesa sarebbe stata ancora più piacevole. Portò la punta più sottile del cono alla narice e avvicinò il capo al dorso della mano. In quel momento udì uno sparo. Trasalì. La mano si mosse col resto del corpo e la polvere bianca aiutata anche dal vento si sparse nell’aria come borotalco. Per la precisione la gran parte si appiccicò sulla buccia di un grosso fiorone che penzolava proprio sulla sua testa. Pasquale imprecò violentemente. Ma non voleva saperne , anche in un momento come quello, di sprecare anche un solo grammo di quel ben di Dio.

Rapidamente sniffò quella poca cocaina che era rimasta sulla mano e poi con rabbia staccò il fiorone dal ramo e se lo ficcò in bocca. Ma non era ancora partito che incominciò a sacramentare ancora. Il fiorone infatti era pieno di formiche che ora camminavano bellamente all’interno della sua bocca. Gli venne quasi da vomitare. Ma pensando sempre alla cocaina sulla buccia del frutto, inghiottì stoicamente tutto. Ora, non c’era più tempo da perdere. Con la mano sinistra prese il volante del trattore, mentre con la destra imbracciò la pistola. Arrivato di fronte al cancello della tenuta, si calò un passamontagna in testa. Fu costretto a malincuore a schiacciarsi ben bene i capelli. Ma non aveva altra scelta se non voleva essere riconosciuto facilmente.

Pasquale era già arrivato al punto convenuto con l’Alfetta. Tutto procedeva per il meglio. Accelerò e guidò il trattore verso l’entrata del cantiere. Vide con la coda dell’occhio che Pasquale era sceso dall’auto, che comunque aveva lasciato accesa, e si era messo davanti al piliere posto alla destra del cancello pronto a coprirlo. Lo schianto fu terribile. Il pesantissimo cancello di ferro battuto colpito proprio al centro, dove si incontravano le due inferriate, si spalancò trafitto dal possente muso del trattore lanciato come un proiettile impazzito. Tony, in contemporanea, esplose un colpo di pistola in aria per aumentare il caos e spaventare ulteriormente chi fosse nei paraggi. Pasquale, che quasi se la faceva addosso, entrò nella tenuta brandendo un fucile a canne mozze. Ma a guardia della porta non c’era nessuno. Proprio come avevo previsto. Pensò Tony. Scese con un balzo dal trattore che andò a finire la sua corsa contro un albero poco lontano. Poi fece un cenno d’intesa a Pasquale che non se lo fece ripetere due volte e si scaraventò verso l’uscita. Tony, dopo un’ultima occhiata in giro prese a salire per il sentiero che portava al capanno.

Lungo il sentiero Tony non incontrò nessuno. Rallentò il passo. Non sentiva alcun rumore provenire davanti a lui. Solo, in lontananza ormai, il brontolio del motore del trattore che girava a vuoto. Superò l’ultima curva e vide finalmente il capanno. Nell’ampio spazio sulla sinistra del capanno c’erano tutte le auto e i motori e le biciclette degli operai. Tony sorrise perfidamente. Tutto era come aveva descritto il ragazzo. Si nascose quindi dietro un grande albero di gelsi che dominava il piazzale davanti al capanno e rimase in attesa. Di lì a poco sarebbero usciti i compari baresi col malloppo. In quel momento iniziò a piovere. E in quello stesso momento udì degli spari e delle grida altissime provenire dal capanno. Ecco stanno per uscire. Pensò Tony.

Infatti , dopo trenta secondi vide Savino e Nicola uscire dal capanno. E mentre Nicola recando in spalla due sacchi si dirigeva verso l’area adoperata come parcheggio, vide Savino che richiudeva la porta dietro di sé con un grosso lucchetto.
“ E non provate ad uscire di qui, fino a quando non ve lo diremo noi.” Ruggì Savino.

E sparando ancora dei colpi in aria iniziò a scendere lungo il sentiero. Quando arrivò alla prima curva si fermò e si guardò intorno. Non vide nessuno. Guardò allora verso il parcheggio. Nicola stava nascondendo il denaro sul cassone del treruote che aveva indicato il ragazzino. Si fermò in mezzo al viale coprendo il ritorno del compagno. Intanto sentiva rumori provenire dal capanno. L’effetto spavento era finito e quelli là dentro si stavano organizzando per sfondare la porta.
“ Presto! Fai presto! E’ pericoloso adesso stare qui. Quelli fra un po’ ce la faranno ad uscire. E anche se li abbiamo disarmati sono sempre troppi per noi.” Disse quasi urlando Savino.

Nicola lo raggiunse con l’affanno. “ Eccomi. Ma Tony. Dove cazzo è Tony? Ci doveva coprire.”
“ Sono qua ragazzi. Vi coprivo le spalle. Che pensavate? Ma grazie a San Cataldo è andato tutto ….. “ E mentre parlava esplose due colpi con la pistola. Nicola e Savino quando caddero per terra morti avevano ancora un’espressione d’incredulità.

“ …. Benissimo.” Concluse Tony. Meglio di così. Pensò. Nessuno mai li potrà collegare a noi. Penseranno ad una banda di delinquenti baresi . E poi ad un regolamento di conti tra i banditi al momento della spartizione. In quanto ai soldi. Nessuno penserà che sono ancora all’interno del cantiere. Se li saranno portati via gli assassini, penseranno. Gente di fuori sicuramente. Che delinquenti ci sono a Corato capaci di un colpo del genere. E di ammazzare due persone per giunta.

Un piano veramente perfetto. Si compiacque Tony. Quanto al ragazzo, ci avrebbe pensato Pasquale. Avrebbe aspettato l’uscita del treruote e avrebbe trovato il momento buono per fermarlo e arraffare il malloppo. Dopo naturalmente aver sistemato Vito. Un testimone troppo pericoloso. Continuò a rimuginare fra sé e sé mentre trascinava via i cadaveri dei due suoi ex compari nascondendoli dietro la siepe che marcava il sentiero.

Dalla porta del capanno non si sentiva provenire più alcun rumore. Gli spari dovevano aver spaventato ulteriormente gli Asselta e gli altri. Tony, completamente bagnato per la pioggia che ormai scendeva copiosa corse rapidamente verso il cancello. Intravide le luci dell’Alfetta che con il motore acceso l’attendeva. Aprì lo sportello e togliendosi il passamontagna dal viso gridò trionfante: “ Parti Pasquà ! Veloce! Tutto bene.”

Ma la sua gioia fu raggelata dalla canna di una pistola puntata alla tempia e da una voce sottile e sprezzante che dal buio gli soffiò: “ Butta la pistola fuori dal finestrino e alza bene le mani, Tony Pennellessa:”

Tony non realizzò subito quello che stava accadendo ma al successivo rumore del cane della pistola che si alzava, capì che c’era poco da scherzare. Aprì lo sportello e buttò via la pistola. Poi portò le mani in alto.

“Bravo così.” Continuò la voce nel buio dell’auto. “Ora ragazzo, va’ a recuperare la pistola di questo galantuomo mentre io lo tengo d’occhio.”

Lo sportello posteriore dell’Alfetta si aprì e qualcuno uscì per rientrare subito dopo.

“ Bene ragazzo. Punta ora la pistola a questo galantuomo dietro la nuca. Senza paura. Mentre io lo ammanetto per bene.”

Tony avvertì dietro la nuca il gelido tocco della canna di una pistola. Dopo di che, sentì un fortissimo dolore al capo e per lui fu notte fonda.