L'estate del ‘74 - Diciannovesima puntata

Dino Patruno Montagnola’s corner
Corato - venerdì 11 giugno 2010
L'estate del ‘74 - Diciannovesima puntata
L'estate del ‘74 - Diciannovesima puntata © n.c.

Cinque minuti erano bastati a Paolo per entrare a far parte dei ragazzi, anzi per meglio dire “uagnune” di Piazza Corsica. Al primo pallone allungatogli a centro piazza da Vito, era subito sgusciato via all’Indiano in dribbling e, dopo una volata che aveva lasciato di sasso avversari e compagni, aveva concluso con un tiro potente che il portiere non aveva neanche visto.

In una porta vera il pallone si sarebbe insaccato all’incrocio dei pali. Ma a Piazza Corsica, dove la porta era un’idea, delimitata solo da alcune pietre impilate, la palla si era persa nel blu del pomeriggio coratino, andando a finire nel cassone di un tre ruote dall’altra parte della strada.

“ Gol. E’ gol.” Aveva azzardato, comunque, Nino “Sanghelatte” che, a causa della sua mole, era il naturale portiere della squadra di Vito.

Però! Cè chènesse, u milanese.” Aveva osservato Ciccille “Sartascene” che non sapeva bene ancora se poteva esultare o no.

“ Alto.” Aveva sentenziato l’Indiano, con un tono che non aveva ammesso repliche.

“ U pigghje ghì a cudde.”
Aveva poi detto ai suoi indicando Paolo.

Vito si era voltato ai suoi e aveva intimato di passare la palla sempre al Milanese. Si era reso conto della sua abilità.

“ Ma quello era già gol …. “ Aveva provato ad intervenire Ciccillo.

“ E’ inutile discutere con quel bestione . Solo con le mazzate si può ragionare con quello. Fate come vi dico, se vogliamo vincere la partita.” Aveva tagliato corto Vito.

Ma, mentre stavano ancora parlando, la palla era già in gioco. Gli avversari avevano recuperato velocemente il pallone dal treruote e avevano iniziato a giocare, cercando di sorprendere così gli avversari. Subito erano arrivati nei pressi della porta difesa da Nino.

Ma Vito era riuscito a sradicare la palla dai piedi di un avversario di nome Berto detto “u soliste” perché, da bravissimo palleggiatore innamorato del pallone qual’era, non passava mai la palla. Vito aveva guardato in avanti. C’era solo Paolo controllato a vista dall’Indiano ed il portiere avversario.

Vito aveva fatto un cenno largo col braccio e aveva urlato: “ Sotto!” E aveva calciato. Paolo, appena Vito aveva gridato, si era girato su se stesso e aveva piantato l’Indiano sul posto, seguendo con lo sguardo la traiettoria del pallone. L’Indiano, che si era accorto di aver irrimediabilmente perso il controllo di Paolo aveva urlato :“ Esciiiiii!”all’indirizzo del portiere, che aveva esitato qualche secondo, prima di correre verso la palla. Così , il portiere si era trovato a mezza strada, tra la porta rimasta incustodita e Paolo, che al volo aveva calciato delicatamente la palla riuscendo a disegnare la traiettoria di un pallonetto perfetto e vincente.

“ E pure cusse non è gol?”. Aveva urlato beffardo Vito all’indirizzo dell’Indiano.

Questi , non aveva risposto, impegnato com’era a scaricare la colpa della segnatura subita sul malcapitato portiere, ricoprendolo di bestemmie e parolacce irripetibili.

Paolo era soddisfatto del gol. Un gol alla Cruyiiff aveva pensato. Vito gli aveva fatto davvero un bel lancio. E lui, anche se non giocava da un bel po’, non aveva perso lo smalto dei giorni migliori. Si era poi scosso alla voce di Vito che aveva urlato a tutti di schierarsi perché: “ Chisse accummenzene alla ‘nzecherdune.”

Ed era prontamente rientrato nella sua metà piazza in attesa della ripresa del gioco. I suoi compagni si erano posizionati già nel campo e lo guardavano con una certa ammirazione. Vito, poco avanti alla sua porta aveva alzato le braccia verso di lui. Paolo aveva ricambiato il gesto sorridendo.

Quelli di Piazza Mentana nel frattempo, erano ripartiti buttandosi tutti rabbiosamente all’attacco. Solo un miracolo aveva salvato Vito e gli altri dai pericoli derivanti da una mischia furibonda davanti alla porta di Nino. La palla alla fine, era terminata fuori dopo un potentissimo tiro dell’Indiano che per un momento si era spinto in attacco lasciando la guardia di Paolo.

La palla era tra i piedi di Vito che doveva effettuare la rimessa. Aveva fatto cenno ai suoi di andare avanti e aveva calciato forte. La palla aveva scavalcato tutti ed era finita dall’altra parte della piazza. L’Indiano questa volta aveva spinto via Paolo prima che questi potesse scattare e aveva controllato facilmente il pallone.

Paolo era finito a terra invocando il fallo a suo favore. Ma l’Indiano lo aveva zittito dicendo : “Spallata. Regolare. Ce vè acchjènne? “ E mentre stava ancora parlando, aveva passato il pallone indietro al proprio portiere. Quello, forse ancora frastornato per l’ultimo gol subito, era rimasto fuori porta e non si era accorto del passaggio del compagno.

Così il pallone l’aveva scavalcato ed era rotolato verso la porta vuota. Paolo, che nel frattempo si era rialzato, accortosi dell’ indecisione del portiere, si era fiondato verso il pallone. La palla guidata da chissà cosa o da chissà chi era andata a sbattere contro uno dei pali delle pietre impilate ed era ritornata in campo dove Paolo si era trovato pronto a scaraventarla in gol.

“ All’ultimo minuto uno di quei gol che ti vengono di fortuna “. Aveva letto da qualche parte Paolo una volta. 8 a 7. Fine della partita. Doveva finire così. Con un gol. Anche se fortunoso. Se fosse finita con un autogol non sarebbe stata la stessa cosa. E sicuramente sarebbe andata diversamente per Paolo che questa volta era stato soffocato dagli abbracci e dalla gioia dei compagni.

Quelli di Piazza Mentana però non c’erano stati. Avevano cercato prima di far continuare la partita fino ad arrivare a 10. Poi avevano contestato la presenza di Paolo nelle fila della squadra di Vito. Poi erano passati alle mazzate. Perché proprio di perdere per loro non si parlava proprio.

Per fortuna, nel pieno della rissa era arrivato Giorgio Mancini la guardia giurata e tutti appena udito lo scampanellio della sua bicicletta e la sua voce si erano dileguati come per incanto. Paolo aveva seguito Vito che si era infilato nel dedalo delle stradine dietro via Bove .

Alla fine, si erano buttati per terra all’interno di un portone che avevano trovato aperto. Lì, stremati, erano rimasti in silenzio per qualche minuto, con le orecchie tese verso l’esterno. Ad un certo punto, Vito gli aveva fatto cenno che potevano rialzarsi per andare. E allora, prima di uscire, Paolo gli aveva detto che sarebbe scappato con loro. Vito aveva sorriso . Erano usciti da quel portone di corsa . E da quel momento erano stati inseparabili.

Il prezzo delle mandorle quell’anno scese ulteriormente e il nonno riuscì a malapena a coprire le spese. Decise, pertanto, di tenersene un bel po’. Almeno, avrebbero mangiato più dolci a Natale. Quando arrivarono a casa occupò l’intero marciapiede con dei grandi teloni e ci stese sopra le mandorle per farle asciugare. Ogni tanto chiedeva a Paolo di camminarci sopra a piedi nudi in modo da farle più velocemente girare. Paolo, inizialmente, lo faceva di mala voglia.

Ma poi il nonno gli aveva raccontato che quello era un famoso metodo di allenamento per i calciatori brasiliani. Lo aveva ascoltato alla radio. E allora, Paolo, anche se non ci aveva creduto del tutto, aveva iniziato a farlo più volentieri. Ma quello che a lui piaceva di più era il suono provocato dai frutti quando sfregavano tra loro. Aveva imparato addirittura a muoversi a tempo, provocando col suo movimento una vera e propria musica.

Corato era piena di mandorle quell’anno. Distese di mandorle ad asciugare per tutto l’extramurale. Per tutta la città. E quella musica, quando Paolo tendeva bene l’orecchio la si poteva ascoltare ovunque.

I giorni trascorsero veloci per Paolo da quel momento in poi tra giochi, scorribande e scherzi vari. Vito lo portava con sé dovunque, tranne che nella sala giochi di Tony e quando ne faceva qualcuna delle sue. Anche se aveva diradato di molto furti e furtarelli , non volendo rischiare di essere preso in fallo proprio a pochi giorni dalla rapina.

Spesso andavano a far compagnia a Grazia durante le sue prove di danza, e rimanevano lì incantati a guardarla . E alla fine fantasticavano insieme sulla fuga e su quello che avrebbero fatto una volta a Milano. La sera, prima che Vito andasse al lavoro, andavano spesso a mangiare la frutta in campagna.

E a Paolo che chiedeva di chi fossero quei fondi , Vito rispondeva di non preoccuparsi. Che tanto erano sempre di persone che lui conosceva bene e che non se ne avevano a male se assaggiavano un po’ della loro frutta.

Arrivò finalmente ferragosto e subito dopo la festa di San Cataldo. I nonni come tutti i coratini erano in fibrillazione per i giorni più importanti per il paese. Anche Paolo e Vito lo erano e molto. Ma per tutt’altro motivo. Si stava avvicinando il giorno della loro fuga.