L'estate del '74 - Diciottesima puntata

Dino Patruno Montagnola’s corner
Corato - venerdì 04 giugno 2010
L'estate del '74 - Diciottesima puntata
L'estate del '74 - Diciottesima puntata © n.c.

“Ma alla fine la tenacia di Buck fu ricompensata: l’altro si convinse che egli non aveva cattive intenzioni, e lo accolse col cerimoniale d’uso. Si fiutarono i nasi, fecero amicizia e cominciarono a ruzzare un po’ insieme, in quella maniera nervosa e un po’ timida delle fiere quando depongono la loro ferocia.

Dopo che ebbero giocato un po’ , il lupo si mise in cammino prendendo il piccolo galoppo e mostrando chiaramente che andava in qualche luogo, e che invitava Buck ad accompagnarlo. Corsero fianco a fianco nella luce crepuscolare su per il letto del ruscello, nella gola da cui usciva e attraverso il nudo valico dove nasceva.”

“Quest’anno la raccolta è stata proprio buona. Non vi potete lamentare Don Paolo”.

Salvatore era da anni l’uomo di fiducia del nonno. Un uomo che sapeva il fatto suo per tutto ciò che riguardava il lavoro da organizzare in una tenuta come quella.

Un “massaro” come ce n’erano pochi a Corato. La sua dedizione al lavoro e la sua devozione nei suoi confronti, agli occhi del nonno ne avevano fatto anche di più. Era quel figlio che il nonno non aveva accanto a sé. Quello che avrebbe dovuto raccogliere il testimone delle sue fatiche e dei suoi sacrifici. Quello che avrebbe dovuto condividere l’amore per quel duro mestiere e per quella vita all’aria aperta.

A lui aveva pensato il nonno quando aveva deciso di vendere la proprietà. Sì. Perché era stanco. Ma non certo delle durezze che la vita di campagna imponeva. Ma delle difficoltà che incontrava una volta che la raccolta delle mandorle o delle olive o dell’uva veniva completata. La vendita. La benedetta vendita del raccolto. Aveva ancora nelle orecchie le parole del figlio. “Quanto hai guadagnato quest’anno dalla vendita delle olive? Hai preso almeno quello che hai speso o ci hai rimesso pure?” .

I sacchi pieni di mandorle giacevano ammassati nell’aia della masseria in attesa del camion che li avrebbe trasportati a Corato. Lui sapeva bene qual’era il giusto prezzo per quello che era stato il lavoro e le spese che aveva sostenuto. Ma che prezzi avrebbe trovato al mercato? Con una produzione così abbondante come quell’anno?

Anche se Salvatore non aveva ricevuto risposta, aveva continuato a parlare.

“ E vostro nipote? L’avete visto? Ha lavorato bene per essere la prima volta. E non si è lamentato mai. Né per il caldo, né per la stanchezza. E neanche per “le pedùcchje”.

Il nonno sorrise. Guardò Paolo che ora giaceva esausto sotto il grande albero di gelsi bianchi che dominava l’aia. Aveva appena finito con gli altri il lavoro di togliere il mallo alle mandorle raccolte. Chi l’avrebbe detto che quel ragazzino si sarebbe ambientato così velocemente in un’occasione così particolare come quella . Era proprio soddisfatto di lui.

Il camion arrivò lanciato a tutta velocità interrompendo i suoi pensieri. Sollevò un polverone di terra e sabbia che si adagiò poi lentamente su uomini e cose nel momento in cui iniziarono a caricare i sacchi.

Paolo, intanto, pensava che non si era mai sentito così stanco. Neanche dopo il più duro allenamento.

Quella giornata in campagna che il nonno ci teneva a fargli trascorrere era stata impegnativa per lui. All’inizio non sapeva bene cosa fare. Poi aveva seguito gli altri. Soprattutto Salvatore che gli sembrava un brav’uomo e che gli aveva spiegato tutte le fasi della raccolta.

Si era aperta una nuova fase per lui a Corato. Era come se anche lui in qualche modo facesse parte di quella comunità, pur essendo ancora un “milanese”. Non avrebbe saputo spiegare. E questa sensazione aveva iniziato a nutrirla dopo l’incontro con Vito in cortile una ventina di giorni prima.

Si era presentato puntuale all’appuntamento. Aveva trovato Vito accovacciato a terra intento a scolpire un pezzo di legno con un coltello di una certa importanza. Vito aveva tutta l’aria di essere lì già da un bel po’. Paolo lo aveva salutato e si era seduto anche lui per terra proprio di fronte a lui. I due si erano studiati in silenzio per qualche minuto, timorosi di fare la prima mossa. Alla fine era stato Vito a parlare per primo. Gli aveva mostrato il frutto del suo paziente lavoro e aveva esclamato: “Bello vero cusse tuppèlecchje?”

Paolo, pur non sapendo bene che cosa fosse quello strano oggetto, per non scontentare Vito, aveva risposto d’impulso : “ Proprio bello “.

“ Tieni! Te lo regalo”. E glielo aveva lanciato contro.

Paolo, che era rimasto sul chi vive, non si era fatto sorprendere e lo aveva preso al volo. Poi si era limitato ad osservare quello che per lui era solo un pezzo di legno, con una certa sufficienza.

“ Guarda che i miei “tuppelècchje” sono i migliori di Corato”. Aveva detto Vito quasi risentito.

“Perché hai voluto incontrarmi?” Aveva tagliato corto Paolo.

Vito, allora, gli aveva finalmente spiegato il suo piano che consisteva nell’andare la notte tra il 19 e il 20 agosto presso la stazione di servizio nei pressi dell’Appia Antica, dove un camionista che non avrebbe fatto molte domande li avrebbe aspettati e avrebbe dato loro uno strappo fino a Milano. Pagando s’intende.

Ma per questo Paolo non avrebbe dovuto preoccuparsi. In cambio però, Paolo doveva aiutarli a trovare una sistemazione a Milano. Un posto per dormire. Un rifugio sicuro. Per i primi tempi almeno. Un luogo dove lui e Grazia non avrebbero dato troppo nell’occhio.

Paolo non aveva risposto. Era rimasto in silenzio a pensare. Non aveva proprio idea dove far alloggiare i due ragazzi una volta a Milano. In realtà non era certo neanche della sua sistemazione a Milano. Avrebbe trovato a casa almeno uno dei suoi genitori? E in quel caso, sarebbe stato contento di rivederlo?

“Se vuoi, ci possiamo vedere prima della partenza. Puoi venire giù in piazza e giocare con noi”. Aveva rotto il silenzio Vito.

“Perché te ne vuoi andare di qui? E Grazia? Perché se ne vuole andare di qui anche lei? Io almeno voglio tornare a casa mia. Ma per voi, invece? La vostra casa, i vostri genitori, la vostra vita è qui”.

“Questi non sono fatti che ti riguardano.”
Aveva risposto Vito bruscamente. “Ti conviene darmi una risposta presto. Noi comunque ce ne andremo. O con te o senza di te. Se vuoi, sai dove trovarmi”. E si era dileguato.

Paolo in realtà la decisione l’avrebbe presa subito. Il desiderio di andarsene di lì era troppo forte. E il fatto di poter condividere la fuga con altri aveva la sua importanza. Ma poteva fidarsi di Vito? Gli tornavano in mente le parole del metronotte. Qual’era il vero motivo della sua fuga? E perché Grazia aveva deciso di seguire Vito in quell’avventura?

Si volevano bene, e questo si era capito. Ma c’erano troppe cose che erano ancora poco chiare. Alla fine aveva deciso. Avrebbe detto a Vito che accettava la sua proposta. Ma avrebbe tenuto gli occhi bene aperti per cercare di saperne di più. Per far questo doveva unirsi a lui e alla sua banda e cercare di guadagnare la loro fiducia.

Perciò qualche giorno dopo, di pomeriggio, si era fatto coraggio ed era sceso in piazza a cercare Vito.

Vide ben presto lui e gli altri della banda giocare un’accanita partita a pallone contro dei ragazzi più grandi.

Ciononostante, grazie soprattutto all’abilità di Vito, le sorti della partita erano in equilibrio. Paolo si sedette su di una panchina ad osservare. Nessuno prestò attenzione a lui. Dopo circa mezz’ora, si rese conto che non era una partitella tra amici. In realtà la posta in palio era piuttosto alta. Chi vinceva aveva il potere di comandare sul territorio degli altri.

Sul 7 a 6 per quelli che aveva udito provenire da una certa Piazza Mentana, la squadra di Vito perse un elemento. Mimì, il figlio del barbiere, venne bruscamente prelevato dal padre che da un’ora lo stava aspettando vanamente a bottega. Il ragazzo si era allontanato piangendo più per la rabbia che per le botte che il padre continuava imperterrito ad infliggergli lungo il cammino verso il salone da barba .

“Mè! Avaste! Abbiamo vinto. Non è che potete giocare con uno in meno. E già a parità di giocatori, state perdendo. Da oggi su Piazza Corsica comandiamo noi. Voi è meglio che smammiate al più presto.”

Disse quello che sembrava il capo di quelli di Piazza Mentana. Un marcantonio in canottiera verde militare e una fascia in testa tipo indiano che gli frenava i lunghi capelli neri.

“Aspìette, aspìette.” Aveva invece ribattuto Vito. E indicando verso la panchina dov’era seduto Paolo, aveva detto: “Gioca lui.”

Tutti erano rimasti interdetti. E Paolo era il più sorpreso di tutti.

“E mo chi è questo?” Aveva chiesto “l’Indiano”.

“E’ il “Milanese”. E’ amico mio e fa parte della Piazza. Abita proprio qua.” E indicò il balcone della casa dei nonni di Paolo.

“Si. Tanto fa lo stesso. Non è con questo “minghjarlàune” che potete sperare di vincere. Ma si arriva a 8 e non più a dieci. Mo mo si fa notte. Chi arriva prima a 8 vince.” Aveva sentenziato “l’Indiano”.

“Vabbùone.” Aveva concesso Vito. E poi all’indirizzo di Paolo che nel frattempo si era avvicinato. “Dove sai stare tu?”

“In attacco me la cavo.”
Aveva risposto Paolo.

Vediamo cosa sai fare.” Aveva concluso Vito.