L'estate del '74 - Sedicesima puntata

Dino Patruno Montagnola’s corner
Corato - venerdì 14 maggio 2010
L'estate del '74 - Sedicesima puntata
L'estate del '74 - Sedicesima puntata © n.c.

Vito salì le scale della casa di Grazia a tre gradini per volta. Poteva anche farli a quattro a quattro se avesse voluto. Ma mo’ non era tempo di giocare.

Aveva appuntamento con Grazia per sapere se l’incontro col “Milanese” c’era stato e se l’aveva convinto ad essere della partita. Si affacciò nel cortile. Grazia non c’era ancora. Ma non avrebbe tardato . Erano quasi le nove. L’orario in cui riusciva a liberarsi dal controllo asfissiante del padre. Lui aveva ancora un’ora di tempo prima di raggiungere il padre per andare al lavoro.

Si accovacciò per terra. Ripensò agli ultimi avvenimenti. Tutto sembrava girare per il meglio. Tony “Pennellessa” stravedeva per lui . Sorrise ricordando gli eventi della sera precedente .In particolare, quando Tony era rientrato nel salotto dopo che Pasquale l’aveva beccato a spiare Patrizia dal buco della serratura.

La faccia di Pasquale era diventata verde dalla rabbia quando Tony invece di arrabbiarsi, come si sarebbe aspettato anche lui, si era messo a ridere sonoramente.

“ Questo ragazzo è proprio n’ figghie de ….. “ E non era riuscito neanche a terminare la frase per le risate.

“Bravo Vito. Si vede che hai stoffa. Non hai paura di nulla . E hai voglia di goderti tutto. Di prenderti il mondo. Proprio come ce l’avevo io alla tua età. E’ così che si fa. Impara Pasquale da questo ragazzino. Gli piacciono le cose belle. Le desidera. Ha fame. Questo è il segreto del successo. ” Aveva concluso Tony.

Poi , bruscamente, aveva detto che era finito il tempo delle “puttanate” e che era giunto il momento di lavorare. Quindi, aveva intimato a Pasquale di chiamare gli altri. Perché s’iniziava a fare sul serio. Lui doveva spiegare per bene a tutti il piano che aveva studiato per la rapina al cantiere degli Asselta.

Ormai i tempi erano stretti. La data si avvicinava. Il 19 agosto, ossia il lunedì della festa di San Cataldo, sarebbe stato di lì ad un mese. Quello era il giorno stabilito. Giorno di paga per tutti coloro che a vario titolo lavoravano nel cantiere. Doppia paga. Perché come da usanza , c’era una specie di tredicesima che veniva riconosciuta in quel periodo. Si parlava quindi di quasi duecentocinquanta milioni in contanti. Roba da far girare la testa .

Non c’era tempo da perdere. Dopo qualche minuto erano spuntati altri due brutti ceffi oltre a Pasquale. Tony li aveva presentati a Vito semplicemente come Nicola e Savino. Uno era altissimo e magro con lo sguardo spento e le braccia tatuate. L’altro era più basso ma tozzo e peloso come un cinghiale e a differenza dell’altro aveva uno sguardo cattivo e tagliente.

I due si erano appollaiati sul biliardo e per tutto il tempo avevano fumato e senza fiatare avevano ascoltato il piano di Tony. Solo alla fine Nicola con evidente accento barese aveva chiesto a quanto sarebbe ammontata la loro parte . Tony aveva detto che per loro ci sarebbero stati cinquanta milioni a testa. Il resto se lo sarebbero diviso Tony e Vito che aveva procurato tutte le informazioni utili per il colpo. Quelli si erano scambiati un cenno d’intesa e avevano detto che per loro andava bene.

“E io?” Aveva piagnucolato Pasquale appena quelli se n’erano andati.

“Dopo vediamo. Devi ringraziare che stai ancora qua. E poi tu devi fare solo il palo, come hai sentito. Ma non ti preoccupare. Ci sarà da mangiare anche per te .” Aveva tagliato corto Tony.

In quel momento entrò Grazia che lo distolse dai suoi pensieri. Lei era agitata. Lo baciò frettolosamente dicendo che suo padre non si era ancora addormentato ed era riuscita ad allontanarsi solo con la scusa di andare a cercare delle uova fresche dai vicini. Quindi si divincolò dall’abbraccio di Vito e disse che dovevano sbrigarsi.

Vito allora, le chiese del “Milanese”. Grazia raccontò di come fosse riuscita a procurarsi un incontro con Paolo nel pomeriggio. E di come fosse anche riuscita a parlare un po’ da sola con lui. E le era sembrato che lui fosse interessato alla loro proposta.

“Ce ne andremo presto Grazia da questo schifo di paese.” S’accalorò Vito. “ Sarà per martedì 20 agosto. Il lunedì prenderò la mia prima paga e con quei soldi ed altri che ho conservati partiremo per Milano. Per i primi tempi ci faremo aiutare dal “Milanese”. Per trovare un posto dove stare. Fino a che non sapremo come muoverci. Basta con Corato. Basta con questa vita da bestie da soma. Basta tu a far da schiava a tuo padre”.

Si erano abbracciati forte, con Grazia che aveva quasi le lacrime agli occhi. Poi lei era scappata via perché aveva udito dei rumori provenienti dal suo appartamento. Segno che il padre si era alzato dal divano e la stava cercando.

Così Vito era rimasto da solo nel cortile al buio. Ovviamente, a Grazia non aveva detto nulla della rapina. Ci mancherebbe altro. Anche se lei gli voleva un bene dell’anima era certo che non avrebbe approvato. Era troppo una brava ragazza. E anche se aveva accettato di seguirlo in quella fuga , non voleva dire che avrebbe accettato di essere complice di un rapinatore. Sì. Era meglio tacere. Con lei e naturalmente col “Milanese”. Per la sicurezza di tutti.

I soldi? E già. E tutti quei soldi? Come avrebbe fatto? A lui ne spettavano un bel po’. L’aveva detto anche Tony davanti agli altri. E vorrei vedere. Grazie a lui si faceva il colpo. Sua era stata l’idea. L’aveva pensato fin dal primo giorno in cui era entrato in quello schifo di cantiere . Ma sì. In qualche modo avrebbe trovato il modo di nasconderli. Sarebbe andato tutto per il verso giusto. Si scosse. Era anche per lui ora di andare.

Avrebbe fatto così. Avrebbe cercato di scendere le scale con un solo salto per rampa. Ogni rampa era di dodici scalini. Di quelli delle case di una volta. Quindi molto alti. Erano tre rampe. Se ce l’avesse fatta senza danni, tutto sarebbe andato per il meglio. Quindi tese le gambe sul primo gradino e cercò il più possibili di allungarsi protendendosi con le braccia sulla ringhiera, giungendo quasi a metà della stessa. Dopo di che trattenne il respiro, chiuse gli occhi e si lanciò. Così si ripeté per altre due volte. Concluse in piedi e senza graffi l’ennesima prodezza. E rallegrandosi con se stesso aprì il portone e uscì in strada.

Tony a quell’ora stava per uscire dalla sala giochi. Si era accesa una bella sigaretta e già pregustava una bella cena a base di pesce sul mare a Trani. Stava solo aspettando l’incasso della serata. Pasquale stava contando i soldi dopo aver svuotato tutte le gettoniere dei flipper e dei calcetti. Era molto silenzioso e continuava a contare ammonticchiando le monete dieci alla volta sul tavolo in salotto. Tony gli allungò diecimila lire quando finì. Pasquale non la prese, lasciandola sul tavolo. Tony lo guardò stupito.

“Voglio sapere qual è la mia parte Tony.” Si piantò Pasquale davanti a lui.
Tony sorrise. Aspirò il fumo della sigaretta con avidità. Quelle sigarette albanesi di contrabbando erano veramente favolose.

“Non l’hai ancora capito qual è la tua parte? E dire che sei con me da tanti anni”. Sogghignò Tony.

Pasquale lo guardò con aria interrogativa.

“Quel ragazzino …. Non è forse vero che ti sta molto simpatico? Perciò ti prenderai cura di lui dopo il colpo.” Sibilò Tony.

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