L'estate del ‘74 - Tredicesima puntata

Dino Patruno Montagnola’s corner
Corato - venerdì 02 aprile 2010
L'estate del ‘74 - Tredicesima puntata
L'estate del ‘74 - Tredicesima puntata © n.c.

Quando Paolo rincasò alla nonna per poco non le prese un colpo. Il nipote era tutto sporco e sanguinante. Escoriazioni sulle gambe e sulle braccia. Un vistoso ematoma sotto l’occhio destro non lasciavano dubbi su quanto era appena successo.
Tuttavia Paolo negò l’evidenza e dichiarò che si era messo a giocare a pallone con dei ragazzi lì in piazzetta e che era caduto rovinosamente nel tentativo di fare un gol.

Il nonno se la rise sotto i baffi mentre la nonna innaffiava il corpo di Paolo con un flacone di alcool puro. Quel nipote non era poi niente male. Le aveva prese ma doveva anche averle date. E questo era un buon segno. Quel ragazzo aveva carattere.
Non come quel pusillanime del padre.

Paolo, dopo il breve racconto dei fatti si chiuse in un prudente silenzio. Non voleva dare motivi di preoccupazione ai nonni . Anche in vista della sua prossima fuga. Quindi, pranzò rispondendo con dei monosillabi ai tentativi curiosi della nonna di conoscere la verità. Il nonno invece parlò d’altro ed ad un certo punto del pranzo lo invitò a gustare il suo pampanuto.

“Il vino è una medicina. Credi a me. Ti fa passare tutto”. Lo rassicurò il nonno.

Paolo allora prese la sua bottiglia dalla credenza e nonostante le parole di disapprovazione della nonna, iniziò ad accompagnare i bocconi del ragù con qualche piccolo sorso di quel vero e proprio nettare.

Paolo iniziò improvvisamente a sentirsi molto meglio. L’adrenalina causatagli dallo scontro con Ciccillo, la vivacità del vino che cominciava proprio a piacergli, la sicurezza datagli dalla considerazione che ancora una volta se l’era cavata bene e completamente da solo, lo facevano sentire come un leone.

Il suo umore cambiò rapidamente. Iniziò a scherzare e a ridere con i nonni ai quali non parve vero quell’improvvisa apertura del nipote. Ora si sentiva proprio sicuro del fatto suo. Nulla poteva fermarlo. Né i nonni, né i suoi genitori che chissà dove stavano, né tantomeno quegli stupidi ragazzini là sotto. Ci avrebbe riprovato presto a fuggire. Anzi prestissimo. Quella notte stessa. Rise di gusto ad un racconto dei nonni di quando si erano conosciuti prima di partire per l’Africa. Si erano incontrati ad un ballo all’insaputa dei loro genitori. E lì era scoccata la scintilla del loro amore.

Un ballo! Il pensiero di Paolo andò allora alla ragazza che danzava. Doveva vederla un’ultima volta prima di partire.

Finirono il pranzo con le paste che aveva acquistato quella mattina. Erano grandi come a Milano non si facevano più. E piene di crema e con un sacco di zucchero a velo. Si alzò dalla tavola allegro come un grillo. Prese la sua bottiglia ancora piena per più della metà e disse ai nonni che l’avrebbe messa personalmente a posto nella credenza. Invece sgusciò via dalla cucina e si rifugiò nel solaio portandosela dietro. Era proprio buono quel vino pampanuto del nonno. Ne avrebbe bevuto un altro po’.

Si buttò su una specie di poltrona sgangherata che si trovava in un angolo e dette un paio di sorsi. Ma come aveva fatto fino ad allora a vivere senza bere vino? Aveva ragione il nonno. Iniziava ad apprezzare queste cose da adulti. Stava diventando un uomo. Lo aveva dimostrato anche in strada. Si era difeso bene. E se non fosse intervenuto quel Vito lì, gli avrebbe dato una bella lezione a quell’energumeno.

Giù un altro sorso. Si guardò il corpo. Era pieno di raschi e lividi. Ma non sentiva dolore. Che forza. Doveva anche essere merito di quel vino così portentoso. Un altro goccetto ci stava bene. Guardò la bottiglia. Si sorprese. Era quasi in fine. Aveva bevuto in un sol colpo un litro di vino. Scrollò le spalle e decise che l’avrebbe finita. Tanto doveva andarsene ormai. Mica poteva portarsela dietro.

E via un ultimo lungo sorso. Buttò via la bottiglia vuota sul pavimento e seguì con gli occhi il suo lento rotolare. Cercò di alzarsi dalla poltrona. Notò che l’operazione non era delle più facili. Ricadde un paio di volte su se stesso prima di riuscirci. E una volta in piedi capì che rimanerci sarebbe stata un’impresa. Tutta la stanza girava maledettamente intorno provocandogli un vorticoso giramento di testa. Si sforzò, nonostante tutto, di camminare, per cercare di arrivare fino in camera sua.

Aveva bisogno di riposare. Ma stava per varcare la soglia del solaio, quando si fermò. Aveva sentito quella musica. Quella dell’altra volta. Proveniva dalle scale. Doveva essere di nuovo quella ragazza. Raccolse tutte le sue forze. Si concentrò e seppure tra mille difficoltà riuscì ad arrivare sotto la finestra. Ora veniva il difficile. Doveva salire sulla sedia e issarsi sulla finestra del solaio per vedere la ragazza. Ma le gambe sembravano non rispondere alla sua volontà.

Tutta la stanza inoltre continuava a girare come una giostra. Ma doveva farcela. La sedia era già sotto la finestrella. Si inginocchiò sulla sedia. Quindi, lentamente riuscì a mettersi in piedi. Spalancò i vetri e guardò di sotto. La ragazza volteggiava nel cortile inseguendo le note dolcissime della musica. Paolo rimase incantato a seguire i passi e le movenze della danzatrice misteriosa fino a che la musica improvvisamente cessò.

La ragazza aveva finito la sua danza tutta raccolta su se stessa al centro del cortile e sembrava attendere un colpo di grazia come un animale morente. Allora Paolo si sporse in avanti come per avvicinarsi a lei, per aiutarla a rialzarsi. Invece, perse il già precario equilibrio su cui si reggeva e cadde rovinosamente dalla finestra nel cortile, senza peraltro emettere un fiato. Il tonfo provocato dal corpo di Paolo spaventò la ragazza ancora ferma a terra nella sua figura conclusiva.

Un urlo soffocato si levò nel cortile. La ragazza si alzò e si diresse d’impulso verso l’uscita sulle scale. Poi udì come un lamento provenire da quel corpo a terra. Forse quel tipo aveva bisogno di aiuto. Allora si fece coraggio e lentamente si avvicinò al ragazzo per terra. Aveva gli occhi chiusi e sembrava dormire della grossa. Aveva capito chi era. Era quel ragazzo che era arrivato qualche sera prima con il padre e che lei aveva spiato dal balcone e che per poco non l’aveva scoperta. Il nipote dei signori che abitavano al primo piano.

Guardò in alto verso la finestrella aperta. Aveva fatto proprio un bel volo. Infatti era pieno di lividi ed escoriazioni. Forse era svenuto per il dolore. Si protese col viso verso quello del ragazzo. Si ritrasse subito. Aveva sentito un puzzo che conosceva bene. Vino. Altro che caduta. Il ragazzino era ubriaco fradicio. Come suo padre. La domenica si scolava almeno tre litri di vino e poi dormiva fino a sera. Una cosa che le faceva ribrezzo. Che non gli perdonava. Anche se le consentiva di poterne approfittare per danzare. Lì nel cortile dove nessuno poteva disturbarla. Almeno era stato così fino a quel giorno. Nessuno l’aveva scoperta tranne l’unica persona che conosceva quel suo piccolo segreto.

Ora cosa doveva fare? Doveva avvisare i nonni del ragazzo? A casa sua non poteva rischiare di portarlo. Anche se era arcisicura che suo padre avrebbe dormito per tutto il pomeriggio. Si fosse però, malauguratamente, accorto di qualcosa, l’avrebbe ammazzata di botte. Provò a scuotere il ragazzo per farlo rinvenire. Niente da fare. Cercò allora di sollevargli il capo mentre pensava sul da farsi. Si portò dietro quel corpo esanime. Gli prese delicatamente il capo tra le mani e lo poggiò sulle sue gambe accovacciate.

Ebbe l’impressione che il ragazzo avesse gradito quell’attenzione. Lo guardò meglio. Anche con quei graffi sul viso e quel brutto ematoma sotto l’occhio sembrava avere dei tratti gentili. Chissà cosa gli era successo per ridursi così. Malconcio ed ubriaco. A ben vedere tutti quei segni non sembravano essere stati conseguenza della caduta. Sembravano piuttosto i segni di una lotta o di uno scontro con un gatto selvatico. Lei purtroppo aveva esperienza di quel genere di segni. Quando suo padre si ubriacava bastava un nonnulla per farlo imbestialire. Ed erano botte, ma botte da orbi. Che ci volevano settimane per far andare via i segni.

Se per esempio, suo padre avesse saputo che era scesa giù a danzare, chissà cosa le sarebbe successo. Ma era più forte di lei. Rischiava lo stesso. Era per lei una questione di vitale importanza. Era l’unico momento in cui riusciva a sentirsi libera.

Tutto era cominciato quella volta della sua Prima comunione. Allora viveva ancora la sua povera mamma. Avevano festeggiato in campagna dai nonni. E avevano messo la musica. Sua zia Filomena aveva portato i dischi. E lei ad un certo punto col vestitino della Prima comunione si era messa a ballare. Prima piano. Poi sempre più forte. Fino a rimanere l’unica nella sala , con tutti gli altri che la guardavano. Quando finì la musica il padre le fece una scenata. Aveva bevuto molto e faceva molto caldo quel giorno.

La madre tentò di difenderla. “E’ la sua festa. E’ solo una bambina. Non fa nulla di male”.

Ma il padre non volle sentire ragioni. Le mollò due sonori ceffoni e poi la allontanò via in malo modo. Le urlò che non avrebbe mai dovuto più ballare se voleva diventare una donna seria e rispettata. Quello doveva essere il giorno più bello della sua vita. Fu il primo invece di una lunga serie di giorni bui.

“Ehi Grazia! Ma ci sei?”. Si sentì giù dal portone.

Grazia allora si scosse dai suoi pensieri. “Sì Vito. Sali pure . Sono in cortile”.Rispose con voce esitante.

Forse Vito non sarebbe stato contento a quella vista. Ma sicuramente era l’unico che avrebbe potuto aiutare quel ragazzino.