L’estate del ‘74 - Dodicesima puntata

Dino Patruno Montagnola’s corner
Corato - venerdì 19 marzo 2010
L’estate del ‘74 - Dodicesima puntata
L’estate del ‘74 - Dodicesima puntata © n.c.

Nei giorni che seguirono, Paolo continuò ad organizzare piani di fuga in maniera quasi ossessiva. In realtà, tutto quel gran programmare non si era ancora tradotto in un’azione concreta. Continuava a rimandare dentro di sé il momento decisivo. Se avesse dovuto spiegare il perché, non avrebbe saputo rispondere.

Rimuginava continuamente sulle mosse, sui tempi da rispettare, sulle abitudini dei nonni, che gli erano sempre più famigliari. Ma, alla fine, gli sembrava sempre che il piano non fosse perfetto. Che ci fosse sempre una falla. E che laddove sembrava non esserci, ci potesse sempre essere quell’imprevisto capace di mandare all’aria tutto quanto.

Come era già successo quella sera. La ragazza sorpresa a danzare nel portone gli aveva mandato a monte il suo progetto di fuga. Già. La ragazza. Si era sorpreso spesso a pensare a lei. Spesso saliva in solaio con la scusa di cercare nuovi giornaletti da leggere. Ma in realtà si arrampicava sulla finestrella con la segreta speranza di rivederla. Ma da quella volta, non l’aveva più rivista.

In alcuni momenti, s’immalinconiva pensando a sua madre e a sua sorella. Chissà dove erano andate. Cosa stavano facendo. Non aveva ricevuto alcuna notizia. Né da loro, né dal padre. E’ vero. I nonni non avevano il telefono. Ma i suoi genitori avrebbero potuto farsi sentire in qualche modo. Una lettera . Una cartolina. Magari un telegramma. Invece, niente.

Con i nonni i rapporti erano migliorati. La nonna, alle mille premure, aveva fatto seguire segnali evidenti di voler coinvolgere sempre di più il nipote nella pacifica vita della casa. Era uno della famiglia e doveva sentirsi e comportarsi come tale. Lo teneva al corrente delle decisioni da prendere. Gli affidava piccoli incarichi. Come la spesa ad esempio. Lo teneva in considerazione per ogni cosa le passasse per la testa. Era una gran chiacchierona e a Paolo tutto sommato faceva piacere tutto quel suo borbottare continuo.

Con il nonno c’erano stati piccoli progressi . Fino a quando, una sera, l’aveva invitato ad ascoltare la radio con lui. E Paolo, anche se un po’ titubante, aveva accettato. Avevano ascoltato in religioso silenzio un programma di canzonette e poi il radiogiornale. Il nonno ad ogni notizia scuoteva la testa, come a dire “ma in che mondo viviamo”, cercando poi con lo sguardo l’approvazione di Paolo a quel suo tacito commento.

Al momento delle previsioni del tempo, il nonno aveva spento la radio borbottando che tanto quelli non capivano un bel niente di pioggia e di vento. Che non sapevano distinguere lo scirocco dal maestrale per dirne una. Mentre lui aveva tanta di quella esperienza da potergli dire perfettamente quale sarebbe stato il tempo per la prossima settimana.

Seguì qualche minuto di un silenzio che a Paolo sembrò impossibile da violare. Invece, ad un certo punto, il nonno si era messo a raccontargli di quando da giovane era partito per l’ Africa. Come colono in Libia. Lui e la nonna. Di tutto quello che avevano dovuto affrontare per cercare di vivere dignitosamente. Fino all’arrivo della guerra. E di come, tra mille traversie, erano riusciti a rimpatriare. Di quanto avevano sofferto e di come era stato difficile ricominciare una vita normale a Corato, una volta conclusa quella tragica stagione.

Paolo aveva ascoltato,attento. Poi il nonno, dopo un nuovo silenzio, come sopra pensiero, gli aveva offerto un bicchiere di vino. Quello buono. Quello fatto da lui. Rosso, disse il nonno. Nero, pensò Paolo. Non aveva mai bevuto un goccio di vino prima d’allora. Il nonno notò la sua esitazione.

“Non ti preoccupare. E’ succo d’uva. Ti fa solo bene. Certo, non bisogna berne tanto. Ma ormai sei un uomo. E un uomo beve il vino”. Sentenziò il nonno porgendogli il bicchiere.

Paolo ringraziò ed ingollò un bel sorso. Dapprima avvertì una sensazione forte e bruciante sulla lingua, quasi fastidiosa. Ma subito dopo prese il sopravvento un sapore dolce e buono. Profumato come mille fiori e dolce come frutta matura.

“Hai visto com’è buono?” Gongolò il nonno. “Bevi, bevi pure.”

Si trattennero ancora qualche minuto, chiacchierando piacevolmente e sorseggiando ancora vino. Prima di andare a dormire, il nonno gli volle fare un regalo. Gli mostrò una bottiglia di “pampanuto”.

“Questa la porto nella credenza in cucina. E’ tutta per te”. Concluse il nonno soddisfatto. Paolo lo ringraziò con un sorriso.

La domenica successiva, il giorno della finale della Coppa del Mondo di calcio, successe qualcosa che cambiò improvvisamente il corso degli avvenimenti.

La nonna si era alzata presto e aveva fatto in casa le “zite” con un ragù che fin dal mattino aveva invaso la casa con un soave profumo . Si era accorta però che le mancava qualche altra vivanda per completare il pranzo della domenica. Perciò chiamò Paolo, che come al solito era in solaio a leggere, e gli chiese di andare in quella salumeria lì vicino che era sempre aperta. Bisognava avere solo l’accortezza di entrare dal retro. E poi doveva passare dalla pasticceria per comprare anche le paste. Quelle grosse. Era o non era domenica? Al suo ritorno sarebbero andati a messa tutti insieme e dopo sarebbero rientrati per il pranzo.

Paolo scese velocemente le scale e si trovò ben presto in strada. La giornata si preannunciava particolarmente afosa. Nella piazza ragazzi e ragazze passeggiavano stancamente accalcandosi sotto gli alberi cercando un po’ di frescura. Paolo sbrigò rapidamente gli acquisti in salumeria. Stava per riattraversare la piazza e raggiungere la pasticceria che gli aveva indicato la nonna, quando la strada gli fu sbarrata da un ragazzino che gli arrivò improvvisamente addosso lanciato su di una specie di carrettino impazzito. Se fossero stati sulla neve, Paolo avrebbe detto che poteva trattarsi di una specie di slittino. Scansò a malapena il ragazzino che fu comunque costretto ad interrompere la sua corsa frenando con una sorta di tiranti per evitare di finire addosso a Paolo.

“Ma acchjamende nu picche cusse minghjarlàune”. Esclamò Ciccillo detto “Sartàscene”, seriamente contrariato per quella frenata forzata.

Paolo tirò dritto, facendo finta di niente. Anche perché non aveva capito una parola di quello che il ragazzo gli aveva urlato contro.

Ma quello non era intenzionato a lasciar perdere. “Oohe! Maccaràune”! Gridò alla volta di Paolo. Vedendo che quello non si voltava, si alzò dal trabiccolo e si mise a correre finché non lo raggiunse.

“Sto parlando con te mamàune”. E lo strattonò fino a buttarlo a terra facendogli cadere la busta della spesa. Paolo più sorpreso che spaventato,non fece neanche in tempo a rialzarsi che quello si stava buttando addosso inferocito come un gatto selvatico. Paolo con grande agilità riuscì a mandare a vuoto l’attacco. Ciccillo cadde a terra rovinosamente non avendo trovato l’opposizione del corpo di Paolo. Alcuni ragazzi presero a ridere sonoramente intorno a loro. Ciccillo diventò paonazzo per la rabbia.

Paolo allora pensò bene di recuperare la busta della spesa e di correre a casa prima che quell’energumeno riuscisse a mettergli le mani addosso. Le paste quella domenica non le avrebbe mangiate. Ma dove era finita la busta della spesa? Ciccillo gli arrivò addosso come un trattore. Finirono per terra, rotolando avvinghiati con Paolo che cercava di sottrarsi invano alla presa rabbiosa dell’altro. Ciccillo riuscì, forte di quell’attacco a sorpresa, a piazzare qualche buon colpo al corpo. Ma Paolo ben presto riuscì a prendere le misure e a controbattere con pugni e calci. Intorno a loro ben presto si radunarono alcuni curiosi che naturalmente si guardarono bene dall’intervenire.

“Sonde uagnunu”. “Stanne a sciuquà”. “Dalle, dalle a cudde”. Questi alcuni commenti che si alzarono nella piazza.

I due contendenti andarono avanti ancora per un minuto fino a che una voce si levò più alta delle altre.

“Buoni questi biscotti. Peccato che sappiano di mortadella”. Disse ironicamente Vito detto Diabolicche che era comparso come dal nulla masticando un biscotto con in mano la busta della spesa di Paolo. “Quando fai la spesa dal salumiere, ricordati di ordinare prima i biscotti e poi la mortadella se non vuoi queste sorprese”. Concluse con una risata all’indirizzo di Paolo.

Poi rivolto a Ciccillo che si era già fermato sentendo la voce del capo, disse: ”Lascialo perdere”. Con un tono che non ammetteva repliche. E così dicendo lanciò la busta della spesa vicino a Paolo che steso per terra ne approfittava per riprendere fiato.

“Ma hai visto ….Stavo vincendo la sfidetta … E questo si è messo in mezzo ”. Piagnucolò Ciccillo.
Vito lo zittì con un semplice sguardo.

Poi si avvicinò a Paolo come per sincerarsi che fosse tutto a posto. Paolo gli fece solo un cenno col capo facendogli capire che era tutto ok. Paolo lentamente si sollevò . Vito lo guardò dritto negli occhi e disse: ”Adesso siamo pari. Cerca di girare alla larga da ora in poi.”

Paolo raccolse la busta, dette un’ultima occhiata a Vito e prima di allontanarsi disse: “Me la stavo cavando benissimo da solo. Ce l’avrei fatta anche senza il tuo intervento. Non ti devo nulla. Sei ancora in debito con me. Piuttosto cercate voi di alla larga da me e dalle mie cose”.

Non riusciva a credere di aver parlato in quel modo. Proprio come uno dei suoi eroi. E si allontanò in direzione della pasticceria.

“Ma si può sapere chi è cusse bàbbie….. “. Chiese Ciccillo, che nel frattempo si era rialzato, ancora sorpreso dall’intervento di Vito.

“So solo che è uno che viene da Milano”. Rispose Vito guardando Paolo mentre si allontanava.“Ma non è assolutamente babbio come sembra. Proprio per niente”. Concluse poi con fare pensieroso .