La sindrome di Stoccolma

In collaborazione con Anna Pascarella e Mauro Dell’Olio, tirocinanti in Scienze e Tecniche Psicologiche presso il Consultorio Familiare EPASS di Bisceglie.

Antonio Di Gioia Psicologia in rete
Corato - venerdì 06 marzo 2009
La sindrome di Stoccolma
La sindrome di Stoccolma © n.c.

Tutti coloro che amano i libri gialli o i serial come Law and Order o Criminal Minds avranno sentito parlare della cosiddetta Sindrome di Stoccolma, fenomeno di facile spettacolarizzazione ma complesso nell’interpretare il rapporto tra vittima e persecutore.

Il termine fu usato per la prima volta nel 1973, quando due uomini, nel fallito tentativo di rapinare una banca di Stoccolma, presero in ostaggio alcuni dipendenti per sei giorni. La notizia in sé era uguale a migliaia di altre del genere, ma i media rilevarono un fenomeno assolutamente insolito.

Durante questo periodo di prigionia gli ostaggi svilupparono un forte coinvolgimento emotivo nei confronti dei banditi, fino al punto di prendere le loro difese una volta liberi, o, nel caso di una delle donne sequestrate, di instaurare un rapporto sentimentale con uno dei rapinatori.

Quanto accadde nella capitale Svedese rese noto per la prima volta un fenomeno già esistente. Si tratta di una condizione psicologica che può interessare le vittime di sequestri, o di altre forme di violenza, le quali finiscono con sviluppare un forte attaccamento emotivo nei confronti del proprio aguzzino.

Si può considerare come un riflesso emotivo inconsapevole, i cui effetti sono rilevabili sia nei sequestrati che nei sequestratori, in quanto promuove nei rapiti sentimenti quali amore solidarietà, ammirazione nei confronti dei propri seviziatori e innesca reciproci sentimenti positivi nei sequestratori.

Non tutti i casi di sequestro comportano la comparsa di tale sindrome, anzi va detto che ciò accade solo in una minima percentuale di casi. Tuttavia, è più probabile che per un innato istinto di sopravvivenza si attivi un condizione di adattamento, per cui la vittima arriva a distorcere il reale per garantirsi la sopravvivenza.

Sigmund Freud fu il primo a sostenere l’esistenza di operazioni inconsce volte a proteggere l’individuo da situazioni critiche o conflittuali, identificando alcuni meccanismi di difesa: la regressione e l’identificazione.

Il meccanismo della regressione porta ad assumere comportamenti infantili che inducono l’aguzzino a curare e proteggere l’ostaggio, rendendolo consapevole e responsabile della sua integrità e salvezza.

L’identificazione porta la vittima ad avvicinarsi emotivamente all’aggressore fino a condividerne i sentimenti e i fini, in modo da affrontare una realtà intollerabile, nella quale la propria vita dipende totalmente dall’altro e non si ha alcuna possibilità di gestire la situazione.

Il legame ostaggio-carceriere che si viene a creare solitamente trova un comune punto di partenza nel sentimento di ostilità verso le forze dell’ordine, percepite dagli ostaggi come inadeguate, in quanto non sono state in grado di impedire il sequestro, ma allo stesso tempo minacciose, dal momento che eventuali azioni di attacco nei confronti dei sequestratori potrebbero risultare fatali ai sequestrati.

Il legame si evolve poi in sentimenti più intensi, anche di amore, che, a fine sequestro, richiedono lunghi tempi di elaborazione tesi a recuperare quella integrità psico-emotiva lesa dalla segregazione.

L’automatismo nella reazione ad un evento brutale si ritrova anche nei quotidiani episodi di abusi e maltrattamenti in famiglia, laddove si parla di “Sindrome di adattamento”: anche in questi casi le vittime mettono in atto dei meccanismi di protezione tali da idealizzare i propri persecutori ed assumersi la colpa di quanto avviene, creando pattern relazionali altamente disfunzionali.

Tanto avviene per i bambini abusati o maltrattati che spinti dal senso di colpa, di solito anche ingenerato e amplificato da uno dei due genitori, giustificano angherie e violenze in funzione del proprio comportamento “sbagliato”.
Così come nelle relazioni di coppia può crearsi una dipendenza patologica di uno dei due, alimentata in maniera esponenziale da sentimenti di bassa stima del sé e dalla necessità di controllo.

Tale vincolo di adattamento forzato finisce con il confliggere con il necessario senso di autorealizzazione individuale proprio di ciascun essere umano, impedendone l’autentico e necessario sviluppo dell’identità.