E mi si spezzò il cuore

In collaborazione con Giuseppe Barile, tirocinante in Scienze e Tecniche Psicologiche presso il Consultorio Familiare EPASS di Bisceglie.

Antonio Di Gioia Psicologia in rete
Corato - venerdì 09 gennaio 2009
E mi si spezzò il cuore
E mi si spezzò il cuore © n.c.

Queste parole potrebbero essere il titolo di un romanzo o di un film hollywoodiano, ma sempre più spesso ci è capitato di sentirle dalla viva voce di qualcuno, in un telegiornale o magari anche di persona.

E a volte davvero si può sentire il cuore “spezzarsi”, percepirne lo schianto sotto il peso della rabbia, del dolore, del senso di impotenza, di emozioni che travolgono una esistenza intera a fronte di un evento violento e drammatico come la morte di un familiare in un tragico incidente, la perdita di un figlio nel crollo di una scuola, lo shock collettivo delle Torri Gemelle che crollano trascinando con sé vite, affetti, ricordi e la sicurezza di un paese intero, la caduta di un aereo che si inabissa nelle acque siciliane in un caldo pomeriggio di agosto.

Il senso di questa, come di molte altre frasi del genere - “mi si è fermato il cuore”, “ho smesso di respirare”, “ero immobilizzato dalla paura”, “non posso più vivere” - racchiude la rottura degli argini del fiume emozionale che travolge l’individuo e la comunità di cui fa parte dopo un evento devastante e, soprattutto, imprevisto.

La branca della psicologia che abbraccia queste problematiche, intervenendo in prima linea in situazioni d’emergenza quali catastrofi naturali, atti terroristici, guerre, incidenti, è la psicologia dell’emergenza, che si occupa di intervenire in maniera strutturata a sostegno delle problematiche emotive, cognitive e comportamentali che coinvolgono le persone colpite, direttamente e indirettamente, da eventi critici.

In questi casi l’immagine stereotipata, e un po’ usurata, dello psicologo nel suo studio con il paziente sul lettino è molto lontana. Trattandosi di interventi molto complessi in contesti anomali, gli psicologi dell’emergenza agiscono sul campo in interazione costante con altre figure professionali tra loro molto diverse: medici, forze dell’ordine, soccorritori.

E il fine della psicologia dell’emergenza non è “curare” le persone traumatizzate ma, piuttosto, in base al modello di intervento psicosociale, cercare di preservare una “normalità” violata da accadimenti drammatici in cui tutto è confuso, disorganizzato ed è necessario sostenere le vittime affinché riescano a contenere il livello di distress (stress “cattivo”) e rafforzare le strategie di adattamento a breve e lungo termine per recuperare il proprio stile di vita prima di arrivare a sviluppare il noto Disturbo Post Traumatico da Stress o altri disturbi psicopatologici.

Si evita di toccare nuclei troppo profondi di sofferenza, non è una psicoterapia né una cura. Si tenta di creare una rete di supporto sociale per impedire che il singolo si isoli, non senta di essere abbandonato a sé stesso con la propria fragilità emotiva, e si lavora per sostenerlo anche con interventi a medio-lungo termine.

Il malessere che invade la sfera emotiva fisica e comportamentale delle persone coinvolte subito dopo l’accadimento può evolversi in due diverse direzioni: si può verificare una reazione acuta - detta per acronimo A.S.D., Acute Stress Disorder - immediatamente seguente alla situazione, per cui corpo e mente reagiscono violentemente con una cascata di reazioni emotive e comportamentali legate all’istinto della sopravvivenza.

Oppure, si può avere la famigerata reazione post trauma - P.T.S.D., Post Traumatic Stress Disorder- che si manifesta dopo almeno un mese dall’evento critico e causa un disagio clinicamente significativo od una menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre importanti aree vitali o relazionali: la vittima continua a rivivere nella propria mente l’accaduto, attraverso continui flashback, incubi, pensieri intrusivi, un persistente malessere, ansia generalizzata.

Un esempio concreto l’abbiamo vissuto, nostro malgrado, sabato 6 agosto del 2005, quando si diffuse la notizia dell'ammaraggio, nei pressi delle coste di Palermo, di un aereo di linea decollato dall'aeroporto di Bari e diretto in Tunisia.

Appena ricevuta la notizia, la Prefettura di Bari contattò telefonicamente il Dott. Vincenzo Gesualdo, Vice Presidente dell'Ordine degli Psicologi della Regione Puglia, il quale a sua volta interpellò un nutrito gruppo di colleghi, attivando una rete di assistenza e supporto psicologico da inviare in aeroporto per fronteggiare una situazione così estrema.

In breve tempo, l’equipe degli psicologi coordinati da un collega esperto in psicologia dell’emergenza, era all’aeroporto, pronta a condividere il dolore dell’accaduto e, in un secondo momento, ad intervenire professionalmente in modo da fornire un adeguato supporto alle famiglie dei passeggeri.

Attraverso appropriate strategie, si tentava di contenere, per quanto possibile, il panico, lo sgomento, l’ansia, la rabbia e il dolore dei parenti di quei passeggeri saliti solo un'ora prima su quell’aereo in partenza verso una spensierata vacanza.

In un clima di collaborazione reciproca e di sostegno incondizionato, che tentava di mantenere sotto controllo fragili equilibri emotivi facilmente "scompensabili" data la gravità della situazione, gli interventi iniziali, infatti, cercavano di prevenire il contagio della rabbia collettiva, che sarebbe divenuta tale da non poter essere più gestita una volta “esplosa” in un gruppo così numeroso.

Con il Vice Prefetto, altri rappresentanti della Prefettura di Bari, il Presidente della Regione Puglia e il Sindaco di Bari si concordavano le strategie di intervento da adottare nelle ore successive.

Si poneva innanzitutto il problema di informare le famiglie presenti dei loro cari già deceduti, feriti più o meno gravemente o dispersi. Il momento era fortemente critico. Difatti, più il tempo trascorreva e più l’assenza di informazioni rendeva esasperate le reazioni delle famiglie, bisognose di notizie definite e certe relative agli sviluppi dei soccorsi e della sorte dei passeggeri dell’ATR 72.

Le famiglie, una per volta, venivano informate: un momento densissimo di emozioni, tanto che anche psicologi di maturata esperienza avevano difficoltà a condividere nonché contenere il “magma emotivo” che riversato loro addosso.

La rabbia ed il dolore di alcune persone erano così violenti da scagliare tutta la propria collera contro le istituzioni o chiunque al momento le rappresentasse, nel disperato tentativo di trovare una causa, una ragione per giustificare quanto accaduto.

Momenti ancora oggi vividi nelle nostre menti: l’espressione del viso di una madre urlante alla notizia del figlio disperso, il suo bisogno di credere fermamente che non fosse morto, la negazione dolorosa quale difesa per una sofferenza così atroce.

Lentamente placate le reazioni, alle famiglie non rimaneva che aspettare di partire con un volo straordinario diretto a Palermo.

Nei giorni successivi tutti coloro che avevano partecipato al tormento delle famiglie coinvolte continuavano a seguire gli sviluppi della triste vicenda.

Nuovamente contattati, alcuni psicologi si rendevano disponibili a fornire la propria assistenza alle famiglie delle vittime dell’ATR72 all’arrivo delle salme in aeroporto, il lunedì successivo.

Ancora una volta l’esperienza si rivelava sconvolgente: l’attesa dell’arrivo delle salme sembrava dilatare i tempi, la continua richiesta delle famiglie riguardo ai tempi sollecitava ancor più, se possibile, le corde del dolore, il lavoro di supporto diveniva man mano estenuante.

Gli animi già straziati sono totalmente travolti al momento dello sbarco delle salme: accompagnare le famiglie verso le bare era l’ultimo gravoso compito affidato agli psicologi, l’ultimo tentativo da parte loro di essere un supporto, di rendere loro comprensibile e accettabile, seppur con tutte le remore possibili, una tragedia tanto enorme da lasciarli senza difese.

In Italia, forte della presenza di organizzazioni di volontariato e assistenza di tipo psicologico-supportivo, la psicologia dell’emergenza ha trovato riscontro presso gli operatori del settore e della protezione civile, che ha provveduto ad emanare i criteri di massima sugli interventi psicosociali nelle catastrofi, mediante anche la previsione di una equipe psicologica - richiedente una formazione specifica ed un particolare addestramento del personale, capacità metodologiche innovative e il possesso di adeguate caratteristiche di personalità da parte dei soccorritori - che abbia la funzione di provvedere alla tutela della salute psichica delle persone coinvolte in eventi tragici o catastrofici.

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