Riconoscere il mobbing e organizzarsi per resistere

In collaborazione con la Dott.ssa Angela Uccelli, tirocinante psicologa presso il Consultorio EPASS di Bisceglie

Antonio Di Gioia Psicologia in rete
Corato - venerdì 11 luglio 2008
Riconoscere il mobbing e organizzarsi per resistere
Riconoscere il mobbing e organizzarsi per resistere © n.c.

Chissà se Konrad Lorenz, coniando il termine mobbing, avrebbe immaginato di descrivere un fenomeno sociale oltre che un particolare comportamento di alcune specie animali…

La parola mobbing descrive un particolare comportamento di alcune specie animali, che circondano un proprio simile e lo assalgono rumorosamente in gruppo al fine di allontanarlo dal branco, sino al punto di provocarne la morte. Analogamente, questo fenomeno, trasposto agli esseri umani nel contesto lavorativo, descrive la condotta volta all’estromissione di un lavoratore dal proprio posto di lavoro posta in essere da parte dei colleghi (superiori, pari livello, o subordinati).

Per capire a fondo quale impatto e quali conseguenze possa avere tale comportamento su di un lavoratore bisogna evidenziare che il concetto di lavoro, con il passare del tempo, ha subìto dei cambiamenti sostanziali e dalla sua funzione di mezzo di sostentamento per le persone si è passati gradualmente a considerarlo tra le principali modalità di espressione e realizzazione dell’identità soggettiva.

Certo, tra i mutamenti che hanno influito sulla concezione di lavoro, ve ne sono alcuni di matrice negativa, quali la flessibilità, la precarietà e la disoccupazione, tutte condizioni che rendono sempre più incerto e competitivo il clima all’interno dei luoghi di lavoro. I lavoratori diventano più ricattabili e il mobbing viene utilizzato come uno strumento di “gestione aziendale”.

È solo negli anni ‘80 che lo psicologo svedese Heinz Leymann individua nel mobbing la condizione di persecuzione psicologica nell’ambiente di lavoro, mentre in Italia si inizia a parlarne solo negli anni ‘90 grazie allo psicologo del lavoro Haraid Ege che delinea il fenomeno come una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti per un periodo di almeno sei mesi. In seguito a questi attacchi la vittima progressivamente precipita verso una condizione di estremo disagio che, cronicizzandosi, si ripercuote negativamente sul suo stato di salute sia fisica che psichica.

In base alla definizione di mobbing è possibile individuare diversi ruoli, ovvero: il mobber, colui che intraprende le azioni vessatorie, l’aggressore; il mobbizzato, colui che le subisce, la vittima, e infine gli spettatori, coloro i quali assistono alle vessazioni e che possono essere distinti in indifferenti (che di fatto favoriscono il mobber con il loro non-intervento), oppositori (che si schierano in difesa del o dei mobbizzati), side mobber (alleati del mobber).

Per quanto possa sembrare paradossale, anche il mobber e i side-mobbers subiscono dei danni che si ripercuotono, per esempio, sulla produttività, in quanto il mobbing richiede tempo e risorse, a discapito del lavoro. Inoltre, il mobbing è un danno e un costo per la collettività, quanto meno in termini di spese per prestazioni mediche e pensionamenti anticipati per cause lavorative, che come è noto sono a carico della società nel suo insieme.

Sempre nell’ambito della definizione del fenomeno mobbing è possibile individuare alcuni degli atti costituenti un comportamento mobbizzante. Ad esempio, offendere, deridere, calunniare o diffamare i colleghi, sgridare, mortificare, aggredire, anche alla presenza di terzi, nascondere intenzionalmente informazioni necessarie al lavoro o addirittura disinformare, attribuire compiti inadeguati o eccessivi o inutili, svalutare in ogni caso i risultati, rifiutare senza motivo ferie, permessi, trasferimenti o, al contrario, imporre trasferimenti non richiesti, ostacolare o limitare la libertà di comunicazione.

Ancor più, alla luce di quanto si rileva, emerge l’importanza del lavoro per l’uomo, che a tutt’oggi costituisce un elemento di base per l’equilibrio psico-fisico dell’individuo.

Secondo Abram Maslow, uno dei massimi studiosi dei bisogni e motivazioni umani, l’uomo, una volta acquisiti gli strumenti per sopravvivere fisicamente e socialmente, ha bisogno di relazioni sociali.

Dal rapporto con gli altri emerge l’esigenza di differenziarsi da loro, di definire la propria individualità e di farla rispettare. E in questo senso il lavoro costituisce un fattore essenziale nel raggiungimento dell’ultimo livello della piramide dei bisogni definita da Maslow, ovvero l’auto-realizzazione.

Un altro studioso che si è dedicato alla materia in questione, Frederik Herzberg, ha specificamente considerato la motivazione al lavoro. Secondo Herzberg, il conseguimento e il riconoscimento dei risultati, la crescita professionale, l’assunzione di responsabilità e soprattutto la possibilità di esprimersi nel lavoro, rappresentano i principali fattori di gratificazione del soggetto “organizzativo”.

Il lavoro dà una relativa sicurezza economica, fa sentire l’uomo parte della struttura, gli dà visibilità e potere sociali. Infine gli consente di esprimersi in quello che fa. A maggior ragione il sentimento di perdita è più forte nei soggetti che si trovano esclusi dal lavoro. La perdita non è solo del lavoro, ma è tutto il sentimento di sé che viene messo in crisi.

Cosa può fare chi è vittima del mobbing? Quale può essere un intervento attivo ed efficace a suo sostegno?

Il punto di partenza potrebbe essere acquisire coscienza e consapevolezza della situazione, riuscire ad analizzarla con lucidità e valutare la possibilità di una rete di sostegno sociale.

Fondamentale è non scoraggiarsi e non pensare che l’unica soluzione possibile sia dimettersi, tanto più che nella maggior parte dei casi questo è il fine primario del mobbing, la possibilità di “licenziare” senza le conseguenze che un vero e proprio licenziamento potrebbe comportare.

Bisogna piuttosto organizzarsi per resistere: ad esempio, raccogliendo la documentazione delle vessazioni subite, tenendo un diario di ogni azione mobbizzante con data, ora, luogo, autore, descrizione degli eventi, dati delle persone presenti ed eventualmente disposte a testimoniare, nonché delle ripercussioni psico-fisiche che ne derivano.

Difatti, il mobbing costituisce di per sé una causa di malessere che spesso si traduce in vere e proprie patologie. I sintomi possono essere di ordine psichico (insonnia, ansia, depressione, attacchi di panico), fisico (emicrania, cefalea, dolori muscolari, gastriti, alterazioni del desiderio sessuale, disappetenza) e del comportamento (perdita dell’autostima, bassa considerazione del sé, senso di inutilità).

Può rivelarsi molto utile cercare un sostegno in chi ci circonda, spiegare a familiari e amici cosa è il mobbing e quali effetti comporta, in modo da avere preziosi alleati nella comprensione della situazione e per mantenere la lucidità necessaria a resistere mantenendo la propria dignità e autostima. Sempre in quest’ottica, può essere d’aiuto iscriversi ad una associazione contro il mobbing, per essere aiutati nel recuperare anche il piacere di lavorare.

E proprio il bisogno di lavorare e il piacere di farlo sono al centro di un emblematico scambio di battute tratto dal film di Francesca Comencini, intitolato “Mi piace lavorare”: “Signorina qual è il problema stamattina?” “C’è che non ho proprio niente da fare, non faccio niente, e non lavorare mi stanca molto, molto più che lavorare, mi piace lavorare”.