Il libro, che sarà presentato il 1° dicembre al Teatro Comunale, analizza un periodo davvero cruciale della storia italiana del ‘900: il decennio 1936-1946

​Coratini, date oro alla patria!

È il titolo di uno delle centinaia di episodi raccontati nel libro “E vinceremo!”, ultima pubblicazione della trilogia “Corato in camicia nera” (LiveEdizioni) firmata dal prof. Pasquale Tandoi

Cultura
Corato martedì 14 novembre 2017
di Pasquale Tandoi
​Coratini, date oro alla patria!
​Coratini, date oro alla patria! © CoratoLive.it

Si intitola così uno delle centinaia di episodi raccontati nel libro “E vinceremo!”, ultima pubblicazione della trilogia “Corato in camicia nera” (LiveEdizioni). Il libro, che sarà presentato il 1° dicembre al Teatro Comunale, analizza un periodo davvero cruciale della storia italiana del ‘900: il decennio 1936-1946.

Con la guerra all’Etiopia, iniziata nell’ottobre del 1935, i rapporti del regime fascista con la Francia e l’Inghilterra si incrinarono. Soprattutto gli inglesi, allora padroni del mondo, si scoprirono moralisti e difensori dei popoli africani. In realtà la conquista italiana cominciava a dar fastidio ai loro interessi nell’Africa nord-orientale. Per tale motivo, dietro pressione di questi due stati, la Società delle Nazioni, di cui faceva parte anche l’Etiopia, punì l’Italia per l’aggressione al Negus imponendo delle sanzioni economiche: si decise di vietare la vendita all’Italia di materie prime e macchine utili alla produzione bellica.

Le sanzioni, però, non furono applicate dalle po­tenze estranee alla Società - tra cui gli Stati Uniti e la Germania - né furono applicate con identico rigore da tutti i suoi membri. Tuttavia, per esaltare lo spirito nazionale, la propaganda di regime fece credere che l’Italia fascista, con i suoi mezzi, avesse vinto “l’as­sedio di ben 52 nazioni decise a soffocare il diritto sacrosanto di un popolo giovane ed esuberante a ingrandire il proprio impero colo­niale”.

L’essere “soli contro tutti” infiammò l’orgoglio nazionale. Iniziò l’autarchia, ovvero l’esaltazione dell’italica arte di arrangiarsi, ovvero ancora l’era dei surrogati. Dal latte ricavammo la lana sintetica lanital; un altro tessuto dalla “leopardiana” ginestra; si incentivò l’utilizzo della lana di coniglio; invece del tè c’era il karkadè; orzo e cicoria al posto del caffè. Per le scarpe si fece ricorso al cuoio artificiale, il cuoital.

In questa atmosfera di “eroica autosufficienza”, il 18 dicembre 1935 le coppie italiane, e in primo luogo le donne, furono chiamate a dare l’oro alla patria, a consegnare le fedi nuziali ricevendo in cambio anelli senza valore di ferro o acciaio. Fu la Giornata della Fede, “lo sposalizio simbolico con la patria fascista. Per i suoi coreografi l’offerta collettiva degli anelli nuziali doveva rappresentare la spettacolarizzazione dell’unione mistica delle italiane e degli italiani con il fascismo”, in risposta alle “inique sanzioni” imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni.

Milioni di italiani donarono oggetti d’oro per sostenere le necessità economiche dell’Italia in guerra. La raccolta venne promossa dal governo con grande sforzo di propaganda. L’offerta dell’oro alla patria divenne il tema centrale dei messaggi alla radio, sui giornali, nei cortometraggi dell’Istituto Luce proiettati prima dei film.

A Corato la Giornata della Fede si svolse in una città tutta imbandierata, con una liturgia che alternava grida di giubilo, inni, fanfare e saluti romani a momenti di commosso silenzio e discorsi patriottici.

Davanti al municipio fu eretto un palco dove prese posto il Comitato d’Onore, presieduto dall’anziana mamma di Ettore De Palma, ufficiale caduto in guerra e decorato con la medaglia d’argento. Erano presenti tutte le autorità e le organizzazioni fasciste.

Il cappellano della Milizia, don Andrea Bevilacqua, pronunciò “frasi di profondo valore patriottico e religioso”. Nel rito delle fedi risultò cruciale il coinvolgimento della Chiesa cattolica. L’anello matrimoniale rappresentava infatti il segno di un sacramento di cui lo Stato, attraverso il Concordato, aveva riconosciuto il valore civile. Era dunque necessario che sacerdoti e vescovi benedicessero le vere in metallo e sostenessero la campagna fascista di donazione.

Fu la signora Teresa De Palma-Olivieri a dare inizio al rito della consegna delle fedi deponendo in una larga coppa di metallo sia la sua fede che la medaglia d’argento del figlio. Seguirono le madri e le vedove dei caduti, poi le mogli dei vari capi del fascio locale. Alle donne fu attribuito un ruolo centrale mediante un notevole impegno da parte delle organizzazioni femminili del partito. Nella Giornata della Fede il regime dava alle donne una visibilità pubblica del tutto inconsueta in Italia e la ancorava, naturalmente, ai tradizionali doveri femminili di moglie e madre.

Venne il turno dei mutilati e dei combattenti. “Poi una fiumana di popolo di Corato si accalcò per compiere il mistico rito” (La Gazzetta del Mezzogiorno). Furono raccolte 1.475 fedi, 2.750 grammi di oro e circa 6 chili d’argento.

La donazione continuò anche nei mesi successivi. Il quotidiano barese pubblicava frequentemente lunghi elenchi di pugliesi che offrivano alla patria i loro piccoli oggetti preziosi. Dagli elenchi risulta che centinaia di coratini fecero donazioni in base, ovviamente, alle proprie condizioni economiche, per cui si andava, per esempio, dalla famiglia Spallucci Sottani, che offrì oggetti in argento per un peso complessivo di quasi mezzo chilo, a Nicola e Giuseppe Capano con 415 grammi d’argento, a Vincenzo Cimadomo con 35 grammi di oro e 200 di argento fino a coppie che donavano oggetti del peso di un grammo di oro o d’argento.

Ma nessuna famiglia, neanche la più povera, “poteva sottrarsi al dovere di donare alla patria qualche monile, qualche oggetto prezioso, anche se caro ricordo”.

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I commenti degli utenti
  • "salvatore di gennaro" ha scritto il 14 novembre 2017 alle 07:10 :

    Ottant'anni trascorsi, ma sembrano un millennio: si è passati, infatti, dalle esagerazioni patriottiche di allora al disinteresse sul futuro della nazione, di oggi. Ricordarsi di essere italiani solamente cantando l'Inno di Mameli prima di una partita di calcio, non è propriamente il massimo... Ma assolutamente non è colpa della gente, ma di chi ha sfruttato l'incline popolo per il soddisfacimento dei propri interessi, evitando di educarlo ai grandi ideali. Ho notato con piacere, dalla lettura del proemio al libro fatto su questo sito, la mancanza del facile dileggio che si usa solitamente nei confronti dello "sconfitto". Veritiera l'allusione ironica verso le potenze colonizzatrici, trasformatesi improvvisamente in "paladine della libertà dei popoli". Rispondi a "salvatore di gennaro"

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