Sabato prossimo, 30 settembre, a partire dalle 20 nella sede dell’associazione Agorà 2.0 (in via San Benedetto 36). Vito Calabrese dialogherà con Domenico Lobascio

“Portare la vita in salvo”, un libro per non arrendersi al dolore

Vito Calabrese - il marito di Paola Labriola, psichiatra uccisa mentre era in servizio - "traccia" un ponte tra angoscia e bisogno di futuro. Un racconto che, oltre a far riflettere, emoziona

Cultura
Corato giovedì 28 settembre 2017
di La Redazione
Vito Calabrese
Vito Calabrese © n.c.

Un evento traumatico colpisce la vita dell’autore: un tossicodipendente uccide sua moglie, Paola Labriola, psichiatra in servizio in un Centro di salute mentale di Bari. Così è nato “Portare la vita in salvo”, il libro edito da La Meridiana nel 2016.

A firmarlo è Vito Calabrese, scrittore e psicologo. Sabato prossimo, 30 settembre, a partire dalle 20 l’autore ne parlerà con Domenico Lobascio nella sede dell’associazione Agorà 2.0 (in via San Benedetto 36).

«Ma - avverte Calabrese - questo non è un libro su Paola». Quel libro deve essere ancora scritto. «Portare la vita in salvo» è un percorso di profonda analisi del concetto di dolore e necessità di riscattare la propria vita di tutti i giorni che, per molti versi, si appoggia alle vite degli altri.

Vito Calabrese traccia un ipotetico ponte tra angoscia e bisogno di futuro in un racconto che, oltre a far riflettere, emoziona. Un percorso utile anche agli amici, ai lettori, alla comunità traumatizzata dalla violenza del delitto.

«Ho cominciato a scrivere perché non volevo rimanere senza voce davanti al vuoto provocato dal male. Parlare di situazioni traumatiche è difficile perché emotivamente doloroso: si fa di tutto per distogliere lo sguardo. Il trauma abita un non luogo, creargli uno spazio dove fare l'esperienza dell'incontro con l'atrocità, è un'operazione indispensabile, per mettere un confine fra i vivi e i morti.

Nel mio lavoro psicoterapeutico mi ero avvicinato a vicende umane dove il dolore che affliggeva gli altri era qualcosa che poteva accadere anche a me. Avevo ingaggiato tanti corpo a corpo con romanzi di stampo biografico che raccontavano storie di perdita e di dolore. Ma quando ti accade qualcosa di assurdo si guarda la vita con meno illusioni e con più gratitudine.

Ho scoperto che il tempo del lutto non è fatto solo di vuoto, di mancanza, di desolazione, di nostalgia del futuro, ma anche di tutto quello che l'amore vissuto può continuare a generare nel presente attraverso il rapporto con gli altri, con la bellezza di altri racconti. La mia visione delle cose è cambiata, non posso più prescindere da quello che è accaduto. Qualcuno diceva che Paola non voleva passare su questa vita come un vestito vuoto. Questo libro è un pezzo del suo vestito».

Psicologo e psicoterapeuta presso un Consultorio Familiare della ASL di Bari, l’autore si approccia alla scrittura nel faticoso tentativo di ricucire gli strappi di un equilibrio spezzato dall’evento drammatico che ha colpito la sua famiglia nel settembre 2013, quando la moglie Paola Labriola è stata uccisa da un paziente nel centro di salute mentale di Bari presso il quale prestava il servizio di medico psichiatra.

Nella consapevolezza che un dolore così grande schiaccerebbe l’esistenza in una sopravvivenza disperata se non trovasse uno spazio nel quale raccontarsi, Vito Calabrese affida alle “parole” il compito di elaborare il trauma, di creare un ponte tra le voci interiori e le angosce insostenibili di chi ha incontrato l’atrocità, e quel bisogno di futuro e di speranza che richiama al gioco della vita: lo deve ai suoi figli e al ricordo di Paola. E sicuramente il suo percorso è utile anche agli amici, ai lettori, alla comunità traumatizzata dalla violenza del delitto.

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