«Abbiamo pensato, in quanto zona di trincea locale, di rendere pubblico quello che nel nostro piccolo osserviamo da alcuni anni»

Sempre più famiglie in difficoltà, Torelli: «Situazione insostenibile»

Una lettera aperta da leggere tutta d’un fiato, perché in città «si vinca il silenzio»

Attualità
Corato lunedì 16 aprile 2018
di La Redazione
Le mani di un papà in difficoltà
Le mani di un papà in difficoltà © CoratoLive.it

«La situazione è diventata insostenibile e crediamo sia nostro dovere rendere pubblici i problemi che constatiamo ogni giorno». Secca e senza mezzi termini. È così l’analisi che il Centro Aperto Diamoci Una Mano fa rispetto al tema della povertà a Corato.

Una lettera aperta da leggere tutta d’un fiato che, come spesso ha fatto CoratoLive.it raccontando le tante storie legate all’emergenza abitativa, ha messo al cento le famiglie e i loro bisogni.

«Il Centro Aperto Diamoci Una Mano è attivo a Corato dal 1983, ma già nel 1972 si occupava di anziani non auto-sufficienti. Oggi, grazie all’azione di numerosi volontari, si impegna nel contrasto alla povertà e nell’inclusione sociale attraverso un servizio mensa ed un corso di italiano per stranieri.

“Ma a Corato ci sono i poveri? E chi sono? Gli immigrati?”. Sono numerosissime le domande di questo tipo che ci sono state rivolte in questi ultimi anni. Domande che rivelano quanto la conoscenza pubblica rispetto al fenomeno povertà sia molto scarsa. Per questo abbiamo pensato, in quanto “zona di trincea” locale, di rendere pubblico quello che nel nostro piccolo osserviamo da alcuni anni.

L’Istat ci dice che, su circa 60 milioni di residenti, in Italia le persone in povertà relativa sono passate da 6.098.000 del 2007 (il 10% della popolazione) a 8.465.000 nel 2016 (circa il 14%). E se nel 2007 i poveri assoluti erano 1.789.000 (circa il 3% della popolazione), nel 2016 ammontavano a 4.742.000 (circa il 7,9%). Se si considerano gli incrementi percentuali, si nota un +38,8% di persone in povertà relativa (quasi 2,5 milioni in più) e un +265% per la povertà assoluta (circa 3 milioni in più). Nel Mezzogiorno la crisi economica ha incancrenito quella che già prima non era una felice situazione. Su circa 20,5 milioni di residenti, nel 2007 le persone in povertà relativa erano 3.747.000 (circa il 18% della popolazione), nel 2016 erano 4.882.000 (circa il 23%). Gli individui in povertà assoluta sono invece passati dai 787.000 del 2007 (3,8%) a 2.038.000 del 2016 (circa il 10%). Nel Mezzogiorno, un individuo su tre è a rischio povertà.

Corato non è esente da questo dramma. Rispetto ai disagi economici delle famiglie coratine non abbiamo dati numerici. Quello di cui disponiamo sono però alcuni “dati” che tocchiamo con mano, ormai da alcuni anni, nella nostra azione quotidiana. Fra le mille differenti storie che abbiamo incontrato, un fatto appare evidente. Al Centro Aperto non vengono più a chiedere sostegno solo disoccupati ed immigrati, ma nuove fasce di popolazione: anziani, famiglie che hanno subito uno sfratto, lavoratori singoli con famiglie. Oggi la povertà è un fenomeno più complesso rispetto ad alcuni anni fa. Fenomeno fatto di storie molto differenti tra loro, ma tutte caratterizzate da sfortune, sofferenze e da opportunità mancate o negate.

Come Centro Aperto, l’aumento delle richieste di aiuto ha determinato un profondo sovraccarico delle nostre capacità di far fronte ai diversi disagi. Nonostante ci fosse la necessità di incrementare le energie, siamo stati costretti a fare dei tagli. Abbiamo dovuto ad esempio limitare l’utenza e la durata del sostegno materiale ai nuclei familiari. La crescita del numero di bisognosi così come dell’intensità dei malesseri, ha inoltre limitato la nostra capacità di “ascolto” e di “dialogo” con chi richiede supporto. E questo è per noi un dramma. Abbiamo sempre pensato il nostro Centro come una “scuola”. Luogo di aiuto, ma anche di incontro, dialogo, formazione, festa. Quello che stiamo oggi rischiando è di trasformarci da luogo di “incontro ed ascolto” ad uno di “servizio”. Da “scuola” a luogo di “mera assistenza”.

Scriviamo questa lettera perché la situazione è diventata insostenibile e perché crediamo sia nostro dovere rendere pubblici i problemi che constatiamo ogni giorno. Tanto più ciò è rilevante rispetto al tema della povertà. Quest’ultima è infatti troppo spesso “invisibile”. Chi è in una situazione di disagio socio-economico spesso ha paura e vergogna. Teme lo “stigma” e, nascondendo le proprie fragilità nell’ombra, cerca di combattere da solo le proprie sventure. Con la speranza di tornare a sentirsi libero. È forse per questa invisibilità che molti coratini continuano a chiederci se esistono poveri in città. Non possiamo lasciarli più nell’ombra. Non possiamo più lasciarli soli, ciascuno nella sua solitaria battaglia. Insieme, siamo più forti.

In quanto comunità, non dobbiamo avere vergogna di denunciare la povertà. Quest’ultima non è una colpa individuale, soprattutto in un periodo di crisi economica generalizzata. Piuttosto, la povertà si presenta come un fatto sociale ormai assodato, consistente, lacerante. Un fatto sociale che richiede un impegno collettivo per affrontarlo. Il Centro Aperto non è l’unica realtà che vive a contatto con questo disagio. Siamo sicuri che anche i servizi sociali, le cooperative, i sindacati ed i Caf, i partiti, le parrocchie, le associazioni ma anche le imprese sono osservatori speciali di questo fenomeno. Ognuno col suo sguardo, ognuno nelle sue parzialità.

Giovedì 19 aprile, alle 17, l’Ambito Territoriale n. 3 Corato-Ruvo di Puglia-Terlizzi ha organizzato il Tavolo “Contrasto alle povertà con percorsi di inclusione attiva” presso la sala consiliare del Comune di Corato per avviare il Percorso di Progettazione Partecipato per la stesura del Piano Sociale di Zona 2018-2020. All’incontro sono invitati a partecipare i rappresentanti di enti pubblici, organizzazioni sindacali ed enti di patronato, organismi di rappresentanza del volontariato e della cooperazione sociale, ordini e associazioni professionali, associazioni di categoria, associazioni delle famiglie e singoli utenti.

Come Centro Aperto Diamoci Una Mano saremo lì presenti per portare il nostro contributo. Crediamo fortemente che occorra costruire uno spazio in cui provare a mettere insieme le parzialità di ciascun attore per fare una riflessione collettiva sul tema. Data la complessità del fenomeno dobbiamo condividere conoscenze, ipotesi, risorse. Ne va della tutela dei diritti delle persone. E della giustizia sociale nei nostri territori. Perché siamo tutti fratelli o, detto laicamente, siamo tutti cittadini. Con il diritto ad una vita dignitosa».

Così si conclude la lettera aperta di Paolo Torelli, presidente del Centro Aperto Diamoci Una Mano, e da Felice Addario, sociologo. «Per chi volesse scriverci - aggiungono - l’indirizzo è il seguente: centrodiamociunamano@gmail.com».

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I commenti degli utenti
  • Amedeo Strippoli ha scritto il 17 aprile 2018 alle 17:08 :

    Oltre ai perditempo, purtroppo, ci sono, anche, i veri poveri che effettivamente non riescono ad arrivare a fine mese e forse neanche. Però, non capisco questo accanirsi contro i dipendenti pubblici: non tutti gli impiegati sono fannulloni e non tutti i dirigenti sono corrotti. Tra di loro, magari pochi, c'è chi lavora bene e porta avanti la baracca anche per conto dei colleghi che discreditano tutto il settore. Ps: non sono un impiegato statale. Rispondi a Amedeo Strippoli

  • Antonia Piccarreta ha scritto il 16 aprile 2018 alle 14:53 :

    Invece di parlare a vanvera riflettete... la gente è abituata male. Non esiste il povero, esiste solo la voglia di non far nulla, di frequentare sale da giochi, e di fingersi povero per essere mantenuto Rispondi a Antonia Piccarreta

    Sofferenza ha scritto il 17 aprile 2018 alle 06:03 :

    Viviamo un un mondo du bigotti egoisti ed intolleranti .Lei ha bisogno per riempire d amore il suo cuore di vivere nella sua esistenza le grandi difficolta ,ve lo auguro Rispondi a Sofferenza

    Giò Gatto ha scritto il 16 aprile 2018 alle 15:58 :

    Cara(?), non bisogna generalizzare però così facilmente. C'è una situazione davvero tragica, non solo a corato, nel mondo del lavoro. Da una parte il lavoro pubblico strapagato e con tutti i privilegi e dall'altro quello privato dove ormai il dipendente è visto come lo schiavo, con tanto di palla al piede (ricatti e pressioni), come due secoli fa. Magari c'è la voglia di lavorare bene e serenamente e non più quella di essere sfruttati. Poi i parassiti c'erano, ci sono e ci saranno sempre. E non si distaccano molto dai dipendenti pubblici che timbrano il cartellino per poi non fare nulla fino a fine turno lavorativo. Rifletta bene lei e non scriva a vanvera. Mi stia bene. Rispondi a Giò Gatto

  • salvatore di gennaro ha scritto il 16 aprile 2018 alle 12:19 :

    Paolo mette indirettamente in risalto due realtà: da una parte coloro che "democraticamente" ci comandano, i diritti dei quali non vengono toccati; dall'altra i "disperati", che nemmeno si chiedono il percome si siano ridotti in queste condizioni. Ci si appella al buon cuore della gente, alimentato solo dalla nostra matrice profondamente religiosa e non certo dagli stimoli etici che dovrebbero provenire da chi avrebbe il dovere di farlo. Ma questo cuore, a lungo andare, si è inaridito, poichè la situazione di prima emergenza è diventata ormai cronica, e subentra nella gente un senso di impotenza, di abitudine, di rassegnazione. Il volontariato, sempre attivo, deve incrementare le raccolte di soldi, vestiari, cibo: è rimasto solo questo nè si vedono, per il momento, spiragli alternativi. Rispondi a salvatore di gennaro

  • mauro bucci ha scritto il 16 aprile 2018 alle 12:17 :

    ormai si agisce sempre nella stessa maniera (ognuno pensa hai cazzi propri )e siete stupiti a credere ancora " aiuto alle famiglie bisognose"" lo scrivo ma tanto non lo pubblicate Rispondi a mauro bucci