Annamaria, in servizio all’ospedale “Miulli” di Acquaviva delle Fonti, è tornata pochi giorni fa da un’esperienza di 21 giorni in Madagascar

Annamaria, un’ostetrica coratina in Madagascar: «Dove il nostro “nulla” è il loro “tutto”»

«Questa non è stata una missione ma una vera e propria lezione di vita»

Attualità
Corato domenica 29 ottobre 2017
di Marianna Lotito
L’ostetrica coratina insieme alla bimba che porta il suo nome
L’ostetrica coratina insieme alla bimba che porta il suo nome © Annamaria Bucci

«Partire con la presunzione di dover dare, tornare con la consapevolezza di non aver mai ricevuto così tanto. In un paese in cui il nostro “nulla” è il loro “tutto” ho visto piedi nudi e mani sporche, occhi colmi di speranza e cuori limpidi. Il mio non è un addio ma un arrivederci, grande quanto quei sorrisi. Questa non è stata una missione ma una vera e propria lezione di vita».

Non poteva che iniziare così l’intervista ad Annamaria Bucci, l’ostetrica coratina in servizio all’ospedale “Miulli” di Acquaviva delle Fonti, tornata pochi giorni fa da un’esperienza di 21 giorni in Madagascar. Ha prestato servizio volontario nell’ospedale “Hernintsoa” di Vohipeno, non lontano dalla costa sud est del Madagascar.

Chi c’era con te?
«Dal “Miulli” siamo partiti in cinque. A guidare me, l’odontoiatra Giuseppe Catalano e le infermiere Vita Antonia Borrelli e Laura Capo Di Ferro, c’era Gaetano Logrieco direttore del reparto di chirurgia. Con noi anche un urologo arrivato da Torino, Donato Durazzo, e un dentista della Basilicata. Una equipe di specialisti con cui mi sono trovata benissimo, ci siamo dati coraggio a vicenda. I due giorni di viaggio sul furgoncino per arrivare al villaggio sono stati la cosa che abbiamo sofferto di più».

Com’è nata questa esperienza?
«Mi è sempre interessato il volontariato in Africa, avevo pensato di partire già altre volte ma non avevo in mente il Madagascar in particolare. Desideravo vivere un’esperienza forte e mi sono proposta. Era la prima volta che dal “Miulli” partiva un’ostetrica. Sapevo a cosa stavo andando incontro ma, ora, posso dire che viverlo è un’altra cosa.

Queste sono state le mie, le nostre, ferie. Ci siamo autofinanziati il viaggio dalla capitale del Madagascar fino al villaggio in cui si trova l’ospedale. Le spese per arrivare da Roma alla capitale sono state coperte invece da una casa farmaceutica che ha sposato la missione.

Il “Miulli” è molto legato all’ospedale “Hernintsoa”: gli ha donato il furgoncino con cui vengono effettuati i trasporti degli ammalati. Inoltre la sala parto è il frutto di una donazione arrivata dalla moglie di un ginecologo del “Miulli” prematuramente scomparso lo scorso anno».

Di cosa ti sei occupata stando lì?
«Principalmente di prevenzione. Lì il ruolo dell’ostetrica è svolto dalle “matrone”, sono 56 in tutto per 10 villaggi. Assistono le donne durante il parto senza nessuna precauzione. Preferisco farvi solo immaginare come praticano gli aborti. Ho dedicato alcune delle mie giornate ad incontrarle, per provare a far capire loro come comportarsi».

E le “matrone” come hanno reagito?
«All’inizio non benissimo. Per cercare di creare una comunicazione ho esordito dicendo: “di sicuro avete fatto nascere più bambini voi di me”. Il passo successivo è stato il tentativo di far comprendere l’importanza di accorgersi di quando è necessario portare una donna o un bambino in ospedale per metterne in salvo la vita».

Hai assistito dei parti?
«Certo, e me ne sono rimasti impressi due in particolare. Il primo, un parto spontaneo, in cui la bambina era in sofferenza: non avevo gli strumenti per aiutarla ma poi la natura è stata più forte e la mamma ha deciso di darle il mio nome, la vedete qui ritratta in foto.

Nel secondo caso invece ho dovuto far venire alla luce un bambino morto. La cosa che più mi ha meravigliata è stata la reazione della mamma, la sua inespressività. Se fosse successo da noi la sofferenza dei genitori si sarebbe vista da lontano. Qui invece è quasi normale: per loro il ciclo della vita comprende la morte, non è un dramma. Alla base di tutto c’è solo la selezione naturale.

Ho visto bambini grandi, anche di tre anni, che succhiavano ancora il latte in maniera del tutto naturale: o mangi in quella maniera o muori di fame. Moltissimi perdono i denti prestissimo perché si cibano continuamente di canne da zucchero. Capita spessissimo di incrociare sorrisi senza denti anteriori».

A quanti anni si diventa mamma?
«Ci sono donne che a 14 anni sono al secondo parto, dopo il primo ciclo passa poco tempo e iniziano una gravidanza. Ho conosciuto una donna al suo 11esimo figlio, e un’altra di 37 anni al settimo. E poi si è mamme anche da bambine, ci si fa carico di grandi responsabilità: le sorelle si occupano dei fratellini».

Quale impressione hai avuto rispetto al ruolo della figura maschile nelle famiglie?
«L’uomo porta al pascolo gli zebù, una specie di mucche. In Madagascar sono le donne che mandano avanti le famiglie: cucinano, crescono i figli, lavano quei pochi panni che hanno nell’acqua sporca e li fanno asciugare sul prato. Sono il perno di tutto».

E i bambini?
«Ti sorridono, sono sempre felici, eppure ti mettono difronte ad una realtà durissima: si muore ancora di fame, nel 2017.
La prima bambina che ho incontrato, entrando nell’ospedale, ha 4 anni e pesa solo 8 chili. È un piccolo scheletro, immobile, senza capelli, con occhi che guardavano nel vuoto. Ti lascio immaginare la mia reazione: sono scoppiata a piangere. In quel momento ho capito davvero cosa avrei vissuto. Io e i miei colleghi andavamo a trovarla ogni giorno, piano piano abbiamo visto qualche miglioramento. Accanto a lei c’era suo padre, non aveva più la mamma».

Sono in tanti a rimanere soli?
«Sì, l’indice di mortalità è alto: durante, o subito dopo il parto, molte mamme non ce la fanno. Non hanno nessuno degli aiuti che potremmo offrire noi.
I bimbi, nella migliore delle ipotesi, vengono letteralmente “raccolti” dalle capanne. Le suore dell’orfanotrofio li portano via dalle fogne a cielo aperto in cui si trovano. Offrono loro un posto in cui dormire, il cibo e l’istruzione fino al compimento dei 14 anni».

Come vi hanno accolti?
«Con i sorrisi ma anche con grande educazione. La gente ti guarda con occhi speranzosi, ti riempie, ti fa capire di poter servire a qualcosa. I bimbi sono abituati anche a stare in fila quando capiscono di dover ricevere qualcosa, delle caramelle per esempio. Dividono sempre tutto fra loro, preoccupandosi l’uno dell’altro. Cercano di adattarsi nelle varie situazioni, senza farsi prendere dallo sconforto. A cucinare per noi erano dei ragazzi a cui ci siamo affezionati molto: quella è la loro maniera di “pagare” la retta per la degenza dei loro parenti in ospedale. La notte dormivano sotto i letti dei loro cari ricoverati. Sono stati fondamentali per capire i problemi reali nonostante i quali continuare a sorridere».

Come descriveresti i luoghi?
«La capitale è più civilizzata mentre nei villaggi vedi il massimo dell’arretratezza. Mentre nel primo caso anche i bambini iniziano ad essere più “furbi”, nel secondo non ti chiedono nulla, ti accolgono e basta. Lì servono aiuti concreti, materialmente sono tante le cose da fare. Per esempio serve qualcuno che faccia lavori idraulici: non hanno la fogna.

Nell’unico giorno di riposo siamo andati ad ammirare l’Oceano Indiano. Un luogo un po’ più turistico che mette innanzi alla grande differenza tra l’estrema povertà e il benessere. E così che viene da chiedersi perché il bimbo più fortunato nasce lì e un altro no. Una domanda a cui non sapremo mai rispondere».

Rifaresti l’esperienza?
«Sicuramente, senza dubbio. Sono tornata cambiata, ho capito che l’essere umano è fantastico: siamo noi “occidentali” che ci complichiamo la vita in mille modi diversi. Ho provato emozioni che si capiscono solo vivendo, ho messo in discussione tutto.

La serenità che le persone hanno nel dare mi ha fatto sentire leggera. Come se in quei momenti l’anima si aprisse, si dimenticasse di ogni problema. Si riesce a dare il meglio. Quando alla suora che, da sola, gestisce l’ospedale abbiamo chiesto se volesse che aiutassimo qualcuno in particolare lei ha risposto come avrebbe fatto una mamma: “non posso scegliere, sono tutti figli miei: divido in egual misura tutti gli aiuti che arrivano”.

È una donna rigorosa, fa filare tutto. Da quando è morto il fondatore, l’intero ospedale è sulle sue spalle, dagli aiuti, alla degenza passando per i farmaci. Sa parlare francese e italiano, segue anche la “staffetta” dei medici che arrivano da tutta Europa. All’Hernintsoa sono tutti volontari, c’è solo l’anestesista: è lui che esegue ogni tipo di intervento».

Forse non è un caso se in italiano il nome dell’ospedale, “Hernintsoa”, significa “Colmo di bene”.

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I commenti degli utenti
  • "salvatore di gennaro" ha scritto il 30 ottobre 2017 alle 21:02 :

    Francesco, sinceramente non capisco il tuo intervento. Ho solo detto che in natura vi dovrebbe essere differenza di comportamento tra uomini ed animali. Se tu poi giustifichi il contrario, libero di farlo, con o senza la spina inserita. Rispondi a "salvatore di gennaro"

  • "salvatore di gennaro" ha scritto il 29 ottobre 2017 alle 18:57 :

    Brava. Un po' meno quei padri che, dimenticandosi di essere uomini e non animali, procreano in quantità industriale, specie in luoghi ad elevata criticità sociale. E questo vale non solo per il Madagascar... Rispondi a "salvatore di gennaro"

    Francesco Montrone ha scritto il 30 ottobre 2017 alle 12:57 :

    Caro Salvatore Di Gennaro da quelle parti come in molti altri paesi l'educazione sessuale come tante altre regole da noi scontate per loro non lo sono, come sottolinea in un post successivo Luciana. Pertanto scusami ma devo dirlo: prima di fare certe affermazioni metti la spina! In quei posti probabilmente non sanno nemmeno dell'esistenza dei condom! Rispondi a Francesco Montrone

  • rosanna.dimperio ha scritto il 29 ottobre 2017 alle 15:51 :

    BENISSOMO! UN ORGOGLIO E UN ONORE PER TE E PER CHI TI HA CONOSCIUTO, COMPLIMENTI! Rispondi a rosanna.dimperio

  • rosanna procacci ha scritto il 29 ottobre 2017 alle 12:01 :

    mi hai fatto commuovere! avere il cuore grande come il tuo, non solo x dare, ma soprattutto x ricevere, è dono da scoprire in ogni essere umano! GRAZIE Rispondi a rosanna procacci

  • luciana ha scritto il 29 ottobre 2017 alle 11:26 :

    brava Annamaria questa esperienza aiuta a capire quanto diamo x scontato tutto quello che abbiamo a nostra disposizione noi occidentali, la tua esperienza ti arricchirà molto ... ma leggere la tua intervista servirà anche a noi lettori a riflettere su quanta povertà affligge il nostro pianeta... Rispondi a luciana

  • Roberto loiodice ha scritto il 29 ottobre 2017 alle 08:55 :

    Apparteniamo al gruppo missionario pro Madagascar, sono da molti anni che aiutiamo i bambini malgasci sia con adozioni a distanza, che con l'invio di farmaci. Abbiamo letto il tuo articolo è saremmo felici di incontrarti. Il nostro gruppo a sede presso la parrocchia di San Gerardo via castel del monte Corato io mi chiamo Roberto e se ti fa piacere contattarmi il mio n. di cellulare è 3498467782 Rispondi a Roberto loiodice

    Annamaria bucci ha scritto il 06 novembre 2017 alle 17:52 :

    Buonasera, non conoscevo la vostra associazione. La prossima volta che torno a Corato sarò lieta di passare da voi. Annamaria Rispondi a Annamaria bucci

  • Aldo da milano ha scritto il 29 ottobre 2017 alle 07:58 :

    Complimenti brava,sicuramente è un esperienza che ti resterà nel cuore....soprattutto a quelle persone che hanno avuto le vostre cure....bravistima! !! Rispondi a Aldo da milano

  • Gio Gatto ha scritto il 29 ottobre 2017 alle 06:48 :

    Brava! Complimenti! Rispondi a Gio Gatto

  • Serena ha scritto il 29 ottobre 2017 alle 06:00 :

    ♡ bravissimaaaaaa Rispondi a Serena

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