Un libro «coraggioso»

“Portare la vita in salvo”, un’opera «a strati»

Il libro dello psichiatra Vito Calabrese, marito di Paola Labriola, parte dalla biografia per poi diventare un’opera guida per chi legge

Attualità
Corato mercoledì 04 ottobre 2017
di Marco Rossomanno
Vito Calabrese e Domenico Lobascio
Vito Calabrese e Domenico Lobascio © CoratoLive.it

È un libro «coraggioso» quello scritto dallo psichiatra Vito Calabrese, tristemente noto per la vicenda che ha coinvolto sua moglie Paola Labriola. Sabato scorso, insieme a Domenico Lobascio, lo ha presentato a Corato nella sede dell’associazione Agorà 2.0.

“Portare la vita in salvo”, volume edito da La Meridiana, parte dalla biografia per poi diventare un’opera guida per chi legge. A fare da preludio alla presentazione sono state le note di “Talk to the wind” dei King Crimson, un brano malinconico con un testo che sintetizza la disperazione e la disillusione, seppur con un tocco di speranza.

«È un’opera a strati: parte da una storia personale, attraverso poi un’analisi scientifica ed una elaborazione più ampia e disincantata del dolore. La scienza, il sisma della morte e la voglia disperatamente vitale di dire tutto. Trasformare il lutto in energia narrativa, oltrepassando i canoni scientifici della psichiatria». Con queste parole ha esordito Domenico Lobascio.

La vicenda personale è lo spunto per il romanzo
«Non è un libro su Paola ma contiene tutto il dolore derivante da quella vicenda. Ho scelto di non parlare direttamente di mia moglie perché non mi piaceva l’idea di dare uno scopo unico al libro. Persino la mia editrice è rimasta sorpresa quanto le ho consegnato “Portare la vita in salvo”, perché si aspettava la classica biografia». Calabrese tiene a precisare come la sua vicenda personale sia in realtà un pretesto per elaborare il dolore, qualcosa di più grande ed universale che colpisce chiunque nell’arco della sua vita.

«Nonostante il mio lavoro di psichiatra, davanti al dolore vero e personale, tutte le teorie accademiche spariscono. Per questo nell’elaborazione del mio lutto, il mio lavoro è passato in secondo piano. Quello che mi è veramente servito è stato scrivere questo libro, anche attraverso il supporto della gente che mi è stata vicino. Ho preso spunto da un romanzo di Phil Forrest che racconta di un’esperienza molto simile alla mia. Ho addirittura copiato delle parti del suo libro, e, dopo averle rielaborate, le ho inserite nel mio».

Il lavoro di Paola Labriola è stato quello di stare a contatto con la gente, il dolore per la sua perdita ha interessato moltissime persone. Questa condivisione del dolore è stata di grande conforto per l’autore, che ha potuto contare sulla testimonianza e sulla vicinanza di chi condivideva la stessa sofferenza. Le attività sociali hanno dunque trasformato un dolore prettamente interiore in un dolore condiviso.

L’etica e il perdono
«Un aspetto molto importante è il meccanismo di identificazione con l’aggressore: si rischia che la mente venga colonizzata dalla paura. La religione parla di etica e di perdono, ma guardando da un punto di vista laico, si può cercare di capire le ragioni del gesto. Gli assassini vengono dipinti come dei mostri assoluti, ma nessuno analizza cosa ha passato questa persona e come è arrivata ad un gesto del genere. Ovviamente non si tratta di perdono, questo non scende dal cielo. La rabbia resta, ma da distruttiva si canalizza in un qualcosa di riflessivo».

Il profondo interesse verso una tematica del dolore che tutti prima o poi nella vita affrontano ha dato vita ad un acceso dibattito finale. In tanti hanno sollevato la questione riguardante la scelta di Vito Calabrese, abbandonare il suo lavoro nel centro di psichiatria per dedicarsi all’attività nel consultorio.

«Ho fatto questa scelta perché in psichiatria sentivo una sofferenza troppo grande. Quello che è successo a mia moglie, insieme alle tante problematiche che vengono ogni giorno sollevate in quel reparto mi faceva stare molto male. Il fatto di fare lo stesso mestiere e quindi esporre la mia persona allo stesso pericolo, ha accentuato l’intrigo di sentimenti e paure. Anche nel consultorio la vita non è facile, ho subito delle minacce e questo fa molto male, ma comunque è un bel lavoro che mi tiene lontano, anche geograficamente, da quel reparto in cui si è consumata la tragedia».
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