Corato - mercoledì 14 gennaio 2015 Cronaca

«Una manifestazione storica, una manifestazione per la storia»

«Uno shock vedere quei luoghi crivellati di colpi». La strage di Parigi raccontata da un coratino

L'eco dei colpi d'arma da fuoco non si è ancora spenta. Ancor meno, si è sopito il suono dei passi delle persone che hanno marciato per la libertà. La testimonianza del docente coratino Gerri Ferrara, da anni residente a Parigi

Fiori a pochi metri dal market di Parigi in cui sono morti quattro ostaggi
Fiori a pochi metri dal market di Parigi in cui sono morti quattro ostaggi © Gerri Ferrara
di La Redazione

L'eco dei colpi d'arma da fuoco esplosi dai terroristi a Parigi non si è ancora spenta. Ma, ancor meno, si è sopito il suono dei passi dei milioni di persone che hanno marciato per la libertà.

Tra loro anche il giovane docente coratino Gerri Ferrara che ormai da diversi anni vive nella capitale francese. Attraverso la sua autentica testimonianza tra la gente, tutto l'orrore e la voglia di rinascita che si sono levati oltralpe.

«Tre giorni durante i quali la Francia è stata colpita al cuore. Un massacro senza precedenti: un’intera redazione di un giornale satirico spazzata via; dei poliziotti uccisi di cui uno brutalmente freddato sul marciapiede. Le notizie si susseguono e si accavallano, a volte si contraddicono. L’informazione fila veloce, siamo all’epoca della connessione globale.

La tensione è palpabile; una mia amica insegna italiano come lingua straniera a Villers-Cotterêts, città in cui i fratelli Kouachi, gli assassini di Charlie Hebdo, si sono ostentatamente mostrati ad una stazione di servizio armi in pugno: Sophia è barricata nel suo liceo e non puo’ uscire per tornare a casa. Ci scambiamo dei messaggi. Verso le 21 mi invia un sms per dirmi che finalmente è arrivata a casa, a Parigi.

Poi un nuovo attacco, questa volta a Montrouge, nel sud di Parigi, con ancora una giovane poliziotta uccisa; ostaggi, posti di blocco e poi l’attacco al piccolo supermercato cacher di porte de Vincennes, nell’est parigino. Quel piccolo supermercato che ho visto mille volte dato che per 4 anni ho abitato a meno di 700 metri, sul boulevard Davout. Quel supermercato che vedevo ogni giorno quando accompagnavo mio figlio a scuola: era dall’altro lato della strada. Mai come in questo caso ho sentito la prossimità e la banalità del pericolo. 

Un hotel di Disneyland evacuato per un’allerta alla bomba (rivelatasi poi infondata), a meno di 4 km da casa. E venerdi’ mi ritrovo a fare lezione mentre i nostri studenti ricevono degli sms dai loro genitori che li informano che a causa di un’allerta al municipio dove molti di loro lavorano, nella città di Le Blanc Mesnil, si sono rifugiati nei sotterranei e che stanno tutti bene. Anche questa allerta si è poi fortunatamente rivelata infondata.

Le nostre scuole, in allerta da un mese circa, sono in “allerta attentato” da una settimana. L’atmosfera è pesante, come un macigno. La gente guarda 24 ore su 24 i telegiornali, molti piangono, altri tengono discorsi più ambigui. È l’11 settembre per la Francia : certo i morti sono molto meno numerosi, ma l’impatto ideologico è forse più potente perchè questo attacco alla libertà di parola viene dall’interno, da cittadini francesi.

Domenica decido con moglie e figlio di andare a Parigi (da 4 mesi mi sono trasferito a 40 km) per raccoglierci davanti al supermercato cacher di porte de Vincennes. I treni verso Parigi sono pieni. Giunti sul posto lo shock è forte: quei luoghi che abbiamo visto tante volte crivellati di colpi. E fiori, tantissimi fiori e centinaia di candele.

«Je suis Charlie, je suis un policier, je suis juif, je suis français» (Io sono Charlie, io sono poliziotto, io sono ebreo, io sono francese) sui muri o sui cartelli che la gente porta silenziosa. Stonano nella commozione generale gli imbecilli di turno che si fanno la fotografia o il selfie cercando di inquadrare la montagna di fiori, o la porta del supermercato.

Poi ci dirigiamo verso la manifestazione che da piazza della Repubblica deve dirigersi verso piazza della Nazione. Uno spettacolo indicibile. Le parole sono ben poca cosa per descrivere quello che abbiamo visto. La gente non poteva scendere dalla metro perchè i marciapiedi erano stracolmi di gente che non riusciva ad avanzare per uscire in strada. Impieghiamo quasi 25 minuti per percorrere i 150 metri che ci separano dal binario della metro alla strada (rue de Strasbourg).

Tanti visi differenti, tanti colori, matite brandite come scudi della libertà, fogli neri con su scritto «Je suis Charlie» ; alcuni raccontano che il conducente della loro metro ha preso la parola al microfono per dire «Buongiorno, io mi chiamo veramente Charlie e mai come oggi sono stato fiero di portare questo nome».

Per strada una marea umana a perdita d’occhio. Mai visto niente di simile e mai forse lo rivedro’. 1.700.000 persone in strada a Parigi; tante che la prefettura ha ufficialmente rinunciato a contarle. 3 milioni e mezzo in tutta la Francia. Mai vista una mobilitazione simile dalla Liberazione. Mai visto tanti capi di Stato insieme, anche se per soli 300 metri (alcuni sinceramente fuori luogo, come Sergeï Lavrov capo della diplomazia russa, il presidente gabonese Ali Bongo, il primo ministro ultraconservatore ungherese Viktor Orbán, Benyamin Netanyahou e Mahmmoud Abbas che non si sono né guardati né stretti la mano).

Era una via di mezzo tra un G20 e una manifestazione del ’68. Ma in silenzio. Degli applausi o dei «Charlie» gridati di tanto in tanto, ma a parte questo solo silenzio. Poi si intona «Bella ciao» in italiano...  Il verso «morto per la libertà» finale dà i brividi.

Ora bisogna fare qualcosa, dare delle risposte politiche e risvegliare la società civile: i milioni di francesi scesi in strada meritano una risposta. Altrimenti questa manifestazione non servirà a niente, sarà stata solo una bella ma sterile marcia per la fratellanza. Bisogna capire che questa volta gli assassini erano francesi, figli di quella stessa Repubblica che hanno voluto ferire.

Il pericolo non viene dall’esterno, ma dalle nostre periferie, dove troppa gente per troppo tempo è stata abbandonata a se stessa, senza alcuna prospettiva. Questo è terreno fertile per tutti i radicalismi. Altra cosa necessaria è evitare qualsiasi generalizzazione che possa portare all’islamofobia, rischio maggiore per l’attuale società francese.

Queste persone erano solo degli assassini. Punto. Senza alcun altro aggettivo dopo la parola integralista. Il secondo rischio dopo l’islamofobia è che si scateni un clima simile al post 11 settembre negli Usa, con una strumentalizzazione del terrore e l’impiego di misure restrittive della libertà individuale (quando non totalmente illiberali).

È altresì necessaria una riflessione sulla laicità. La laicità non è il rifiuto del fenomeno religioso, ma il principio che permette a credenti (di differenti confessioni religiose) e a non credenti di vivere insieme in pace nello stesso spazio sociale, tutti con gli stessi diritti ma anche gli stesi doveri, nel rispetto reciproco. Questa laicità è perfettamente compatibile con l’Islam e con qualsiasi altra religione.

È vero però che questa Francia si è cullata per troppo tempo nel sogno di un multicomunitarismo che non si è mai trasformato in intercomunitarismo: le differenti comunità vivono a contatto di gomito nelle periferie dormitorio parigine, le une sulle altre, ma non vivono insieme. Piuttosto si sopportano.

La sensazione che ho io, che insegno da sempre in quartieri cosidetti sensibili, in classi in cui su 30 studenti posso contare 15/20 culture differenti, occorre rilanciare il dialogo sui principi repubblicani perchè troppo spesso in queste periferie il discorso si fà aggressivo con molteplici e confuse rivendicazioni anti-Francia e anti-occidente.

La lotta secolare per la tolleranza e la libertà  condotta dalla Francia è minacciata da giovani cittadini francesi. Bisogna uscire dall’angelismo e dall’umanismo del «volemose bene» per capire dove abbiamo sbagliato e correggere i nostri errori. Specie a scuola, perchè mai come oggi c’è bisogno di una scuola repubblicana e laica che istruisca le nuove generazioni, che le prepari a vivere insieme. Forse non sarebbe una cattiva idea quella di reintrodurre a scuola come materia facoltativa un insegnamento laico di storia delle religioni, o una cattedra laica di storia dell’Islam. Non è negando l’altro che si progredisce, ma conoscendolo.

Inoltre, oggi il mondo religioso deve necessariamente implicarsi maggiormente per far progredire le coscienze e fermare quest’ondata di ripiego su tutti i comunitarismi che attaccano come una cancrena la società francese.

Quello che bisognerebbe capire è che la Francia, culla della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, della fratellanza e della libertà, è una chance per l’islam e che l’islam puo’ essere una risorsa spirituale supplementare per la Francia in accordo con tutte le più grandi eredità umaniste del passato di cui questo paese si mostra degno portaparola.

Ma per fermare queste schegge impazzite occorre anche intervenire nelle prigioni dove alcuni imam estremisti fanno impunemente proseliti. La strada è lunga e in salita, ma forse il processo di decomposizione della società francese non è ancora irreversibile.

Alla fine della manifestazione, ormai in tarda serata, un altro conducente della metro prende il microfono per dire «Sono felice di riportarvi a casa, vi abbraccio».

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4 Commenti
  • sother ha scritto il 16 gennaio 2015 alle 07:07 :
    Desideravo completare il discorso di ieri sera, in risposta al gentile Gerri: è stato proprio in nome della libertà di pensiero che agli inizi degli anni ’80 Mitterrand ha permesso ad una trentina di brigatisti rossi, condannati per atroci delitti, di ottenere asilo politico in Francia, con la scusa che la giustizia italiana era inadeguata e che lì si erano ravveduti e non davano più alcun fastidio. Roba da rompere i rapporti diplomatici. Certo questa dottrina adesso è stata abolita: ed infatti Cesare Battisti sta ora in Brasile, libero e sempre sorridente. Credimi, queste cose ad un vecchio e vero italiano fanno molto male. Con simpatia.
  • sother ha scritto il 15 gennaio 2015 alle 23:55 :
    Gentile Gianni, il problema, dici tu (io do del "tu" a tutti, e desidero che venga dato anche a me), è l’ingresso in Europa di persone estranee alla nostra cultura: E chi le ha fatte entrare? Però, una volta giunte, non si può far finta che esse non esistono. Specie poi per la Francia, che oltre ad aver fatto la "rivoluzione" è stata anche una potenza colonizzatrice, e ha dunque subito il massiccio afflusso degli ex colonizzati. Tu parli della Lega e di Calderoli: ma sono esempi da esporre? Quando dico che in Italia non si parla male dell’Islam, mi riferisco ai mezzi di informazione titolati, non alle nullità rappresentative, indegne di subire perfino una rappresaglia. Oggi il Papa ha affermato che le religioni non devono essere oggetto di scherno. Chiaramente si riferiva agli ultimi avvenimenti. Cordialità. Salvatore Di Gennaro
  • Gerri Ferrara ha scritto il 14 gennaio 2015 alle 14:30 :
    Sother, buongiorno, sono l’autore dell’articolo. Mi permetto di farle umilmente notare che : 1) in Italia Calderoli passeggiava con dei maiali (animale impuro secondo l’islam) sui terreni legalmente comprati da una comunità mussulmana per costruirci la propria moschea; 2) in altre circostanze alcuni esponenti leghisti hanno indossato magliette anti-islam (una sorta di divieto d’accesso con minareto sullo sfondo). Quindi ha ragione : in Italia non si scherza con l’islam, lo si insulta direttamente. 3) il concetto di libertà di stampa, corollario della libertà di espressione, è alla base della cultura francese dalla Rivoluzione in poi. I problemi sono sorti quando ondate migratorie successive al dopoguerra hanno portato popolazioni di culture e religioni differenti a convivere in Francia senza il supporto di alcuna politica di integrazione.
  • sother ha scritto il 14 gennaio 2015 alle 06:46 :
    La contrapposizione tra occidente e mondo islamico, assopitasi momentaneamente nel 1492, con la cacciata degli arabi dalla Spagna e risvegliatasi prepotentemente nel 1948 con la creazione dello stato di Israele, si è trasformata da guerra guerreggiata a scontro subdolo tra obiettivi normali e visibili e nuclei fanatici nascosti, disposti a colpire chi appoggia il sionismo o chi tenta di esportare in medio oriente princìpi non consoni ai loro. Non si può esaltare il concetto di libertà di stampa, quando esso non è accettato da tutti e pretendere, anzi, che esso viga anche presso chi lo contesta. Ancora peggio, secondo me, ironizzare sui simboli sacri di chi non accetta tale derisione. Perché in Italia non ci permettiamo di prendere in giro l’Islam? Siamo più deboli o più avveduti di altri che lo fanno? Così stando le cose, lo scontro non avrà mai fine.
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