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Chiesa di S. Benedetto

di Ettore Torelli
Il complesso monastico, con annessa chiesa, intitolato a S. Benedetto risalgono al XVII secolo. Sorgono sul sito di un precedente convento intitolato a S. Maria Annunziata, nel quale già dalla fine del ‘400 risiedevano le monache Benedettine. Queste consacrate erano presenti nel territorio a partire dal XIII secolo, nel vicino complesso, extra moenia, di S. Maria Vetere (oggi S. Domenico ); per motivi di sicurezza scelsero di trasferirsi all’interno del nucleo urbano di Corato, sul sito in questione che era a ridosso della cinta muraria.

Nel 1627, come è attestato nell’iscrizione sul portale, la chiesa fu rinnovata secondo il progetto di Diego Alvarez, frate domenicano spagnolo, divenuto arcivescovo di Trani da 1606 al 1634. L’edificio di culto assunse le dimensioni e l’impostazione attuale, sviluppandosi parallelamente a Via S. Benedetto. Su di essa, infatti, si affaccia il prospetto, che corrisponde al fianco est della chiesa; esso è ricoperto da un bugnato rustico e nella zona terminale, verso sud, si apre il portale trabeato con iscrizione e sul quale si imposta un timpano spezzato che accoglie al centro un'edicola fiancheggiata da volute. La zona superiore della facciata è stata realizzata durante il XVIII secolo, quando, per esigenze di crescita numerica e per l’allentamento del regime claustrale, la comunità monastica procedette ad ampliare le strutture e a rinnovare la decorazione. Innalzato il secondo piano, sempre con bugnato rustico, furono aperti quattro finestroni mistilinei e si coronò il prospetto con un leggiadro belvedere, costituito da un loggiato aereo concluso da un elegante campanile con copertura a bulbo. L’interno della chiesa, frutto del progetto del vescovo Alvarez, si presenta ad aula unica coperto da una volta a botte unghiata, la quale scarica sulla serie di arconi che scandiscono le pareti laterali e nelle quali si sviluppano delle cappelle.

Alla fase della ricostruzione seicentesca risale la tela dell’Annunciazione, che funge da pala d’altare, realizzata in ambiente napoletano da un’affermata bottega, considerata la pregevole qualità del dipinto. Spicca nell’opera il contrasto tra la serena quotidianità di Maria, dedita alla preghiera, e la brusca irruzione del divino, rappresentato dall’Arcangelo ad ali spiegate, seguito da numerosi angioletti e dall’Eterno Padre che si affaccia ad inviare la colomba dello Spirito Santo. Durante il ’700, anche l’interno dell’edificio subì un radicale rinnovamento e come si può constatare, si ammantò di stucchi e fu arricchita di immagini scultoree. La tela dell’Annunciazione fu ricollocata sull’altare maggiore entro la cona in stucco che imita un manto discendente dalla corona, sempre in stucco, in alto. Nelle cappelle, sotto gli archi laterali della navata, furono collocate delle pregevoli sculture lignee policromate, realizzate in ambito pugliese.

Partendo dalla zona presbiteriale, notiamo, sulla parete sinistra, la statua di S. Scolastica in abito monacale che con le mani regge il bastone pastorale e un libro sacro, essendo stata la prima badessa dell’ordine femminile benedettino, inoltre, sul libro è posta una colomba, attributo caratteristico della santa. Sulla stessa parete, due cappelle più avanti, vi è la statua di S. Antonio abate, precursore del monachesimo, rappresentato, perciò, in abito monastico e avvolto in un mantello dal ricco panneggio. Stringe a sé un libro, da cui scaturisce una fiammella, e con la mano destra regge un bastone a stampella, cui è legato un campanello.

Sulla parete opposta è collocata la statua di S. Benedetto, fondatore dell’Ordine omonimo, rivestito dallo scuro e abbondantemente panneggiato abito monastico; stringe a sé un libro chiuso e con la mano destra regge un lungo pastorale. Ai suoi piedi vi è una mitra, che insieme al bastone indica il suo ministero di abate-vescovo, e al lato opposto vi è il suo attributo iconografico, il corvo che reca un pezzo di pane nel becco. Sempre sulla parete destra, nella cappella di fronte all’ingresso, troviamo, inserita in una ricca edicola marmorea, la statua settecentesca dell’Immacolata, un manichino ligneo vestito con abiti ricamati.

Di particolare eleganza sono le grate lignee dei coretti lungo l’impostazione della volta, chiamate “gelosie” perché proteggevano le monache, che seguivano le celebrazioni liturgiche, da occhi indiscreti. Nel 1825, com’è indicato in alto sul coretto centrale, e nuovamente nel 1853, com’è ricordato sulla lapide vicino all’ingresso, la chiesa conobbe delle brevi fasi di restauro.

Riferimenti Bibliografici
Francesco Di Palo, Cielo e Terra, Ed. Insieme, Terlizzi, 1999; Città di Corato, a cura di Promos, Corato, 1998.
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