giovedì 7 giugno Articolo

Il disastro idrogeologico del 1922

La vita nelle tende dei senzatetto di Corato

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Il recente terremoto in Emilia che ha provocato morte, distruzione e migliaia di senzatetto mi ha riportato alla memoria ciò che avevo raccontato anni fa nel libro “Quando Corato affondò”.

Le immagini televisive delle tendopoli che cercano di dare un riparo a chi ha perso tutto, mi ha spinto a rileggere le notizie che avevo raccolto dai giornali dell’epoca circa il dissesto idrogeologico del 1922 che costrinse migliaia di coratini a vivere prima nelle tende, poi nelle baracche di legno ed infine nelle famose suppenne.

Quello che si abbatté su Corato fu un disastro forse unico, per il suo processo molto graduale e quasi impercettibile, nella storia delle convulsioni geologiche: dal 1918 le sue case, le sue chiese, i suoi palazzi furono minati dall’insidia lenta e silenziosa delle acque sotterranee, che invadevano gli strati del suolo, sgretolavano la frolla roccia di fondazione, spappolavano le malte e rodevano così le basi delle costruzioni, che si fendevano, si piegavano, crollavano.

Gli scricchiolii, spesso percepiti di notte, la caduta di qualche calcinaccio e il crepitare delle pareti erano i segni premonitori che consentivano agli sventurati abitatori di quelle case di scappare via, senza far quasi mai in tempo a salvare le masserizie.

Più dei tre quarti degli edifici della città furono seriamente compromessi, e di questi un quarto andò irreparabilmente perduto: le case venivano giù o erano senz'altro da demolire. I crolli si ebbero quasi tutti nel centro della città,  nella parte più antica e più popolata.

Lì, il 3 maggio del 1922, rovinò il seicentesco Palazzo Nuovo o Ducale, anch’esso con i suoi bugnati a punta di diamante, lì venne giù la volta della chiesa della Madonna del Monte di Pietà. Le straducole che si irradiavano da quella piazzetta centrale, che l’Amministrazione Comunale aveva da poco intitolata a Giuseppe Di Vagno, presentavano un apocalittico scenario di muri gonfi o strapiombanti, tenuti in freno da intravate in contrasto che reggevano come potevano le masse murarie in dissoluzione.

Le denunce di edifici pericolanti piovevano così fitte agli uffici centrali che non era più possibile provvedere ordinatamente a tutti i soccorsi. I bei palazzi dello Stradone erano tutti puntellati; rimase lesionato, in modo assai impressionante, anche l’imponente Palazzo Gioia, sul cui sito era stato costruito l’antico castello di Corato.

Il centro fu completamente evacuato, ma, estesosi con relativa rapidità il disastro, molti stazionavano ancora nelle case lesionate, non avendo, non sapendo, quasi non pensando dove andare. Varie centinaia di famiglie trovarono posto, nella prima fase dell’emergenza, in qualche edificio pubblico della periferia non ancora pericolante, nelle rare baracche e sotto le tende.

La tragedia di Corato fu per giorni sulle prime pagine dei giornali nazionali, ma erano soprattutto i corrispondenti del Corriere delle Puglie e della Gazzetta di Puglia a raccontare il disastro nei minimi dettagli. Non c’erano riprese televisive, ma quei reportage, quelle cronache straordinarie, di carattere quasi letterario,  illustrarono in maniera efficace e commovente la situazione di migliaia di coratini. In particolare la vita nella tendopoli (foto 1) della Croce Rossa eretta su corso Fieramosca dai soldati del Genio.

Le tende erano poco gradite dalla gente. La tenda con la inevitabile presenza di altri estranei  la esasperava. La promiscuità di giovanotti e di ragazze da marito, di donne incinte,  di vecchi e malati rendeva la tenda un sito ingrato,  che produceva  disagi e inconvenienti, puntualmente registrati dai corrispondenti della stampa pugliese.

Una donna, vestita poveramente, con i capelli  grigi sparsi sulle spalle raccontava ad uno dei tanti giornalisti: Guardi, non ho più la casa. La mia  abitazione è tutta lesionata. Stamattina alcuni signori mi hanno imposto di sloggiare.  Perché non mi hanno lasciata?  Sarei  morta schiacciata, ma non avrei sofferto lo strazio di sentirmi come in berlina,  in una tenda. Pensi, la tenda. Sono vedova, ho tre  figlie nubili. Le ho cresciute a pane e senza pane; ma le ho tenute sempre  in casa, mentre io lavoravo a servire, a lavare, ad  ogni lavoro, per le mie figlie. Come posso lasciarle sole, nella  tenda? Chi me le guarderà? Dove le porterò?                         

Intervenne un contadino: Anch'io!  Ho mia moglie; è giovane. Siamo nella tenda. Tutta questa  settimana non andrò in campagna. Ma poi? Allora che  sarò costretto  a recarmi al lavoro, a stare nei campi, sulla  Murgia, per  una settimana, come potrò lasciare mia moglie sola, in  una casa di tela, che non ha porte?

Commentava il giornalista: Eh  sì, buona gente! I vostri scrupoli morali sono giusti.  Io li comprendo benissimo, perché  sono educato come voi. Ma ditelo a me solo, chè se foste ascoltati fuori della  regione,  trovereste lo scherno o l'incomprensione. La pietà della gente  può giungere fino a darvi un ricovero purchessia;  ma  non pretendete si preoccupi delle vostre fisime di purezza per le vostre  figlie, per le vostre mogli. Ah, come siete  antichi,  miei poveri concittadini!

Ed ecco una panoramica sulla vita nella tendopoli ripresa a metà maggio del ’22: In una tenda ci sono quattro famiglie, quattro  misere famiglie, ammucchiate insieme. Ai quattro angoli della tenda i  letti alti  sono  stati erti, con una certa cura tutta  domestica.  Una vecchietta  è seduta all'entrata, all'ombra che  l'angolo  della tenda  proietta. Piccola vecchia, dai capelli bianchi, dal  volto pieno  di mestizia, che sembra stordita di trovarsi nello  strano alloggio.

Due donne si affaccendano intorno all'improvvisato focolare, (vedi foto 2)preparando la minestra, per i loro uomini, che sono già ritornati dalla campagna ed attendono nella tenda, seduti presso un vecchio tavolo.

Due  donne giovani in gramaglie stanno lavando delle  pentole. Hanno  avuto i loro mariti uccisi in guerra, pochi mesi  dopo  il matrimonio. Il pranzo è già pronto. In un gran piatto di  argilla viene servita una brodosa minestra di fave. Gli uomini scamiciati ed  abbronzati,  si preparano a mangiare,  mentre  tre  marmocchi sdraiati per terra, stanno giocando con due mucchietti di sassi.

Nell'atmosfera  opprimente, impossibile, aleggia un soffio  di miseria che accora. Ci voleva ancora questo disastro! Non si riesce più ad avere un minuto di pace! -  Così dice una madre in gramaglie, sospirando. Gli  uomini hanno finito di mangiare e chiacchierano  insieme, parlando del disastro.

In un'altra piccola tenda c'è una coppia di sposi. L'episodio, pur  roseo,  è ben triste. In una baracca si sono avuti i primi parti ed in una tenda fra qualche giorno avremo il primo neonato. La  vita continua a svolgersi anche in quest'atmosfera di  tragedia.

Il giornalista Giovanni Pansini  sulle colonne del Corriere delle Puglie così descrisse  “l'inferno coratino":


Il popolo coratino soffre il suo inferno e la tenda forma il martirio di questo popolo generoso, cui è titolo di onore e bontà l'avere avuto fino al suo ultimo respiro l'amore di una delle più grandi anime italiane, quella intemerata di Matteo Renato Imbriani.

Questo popolo deve essere subito affrancato da questo martirio, deve  essere liberato dalla vita in comune, dalla vita in luoghi esposti ai venti e alle intemperie, quali si sono dimostrate in pratica le tende.

Durante la mia visita tutti, uomini, donne, bambini mi si sono stretti intorno pregandomi di liberarli da quel pericolo continuo alla loro salute. Nell'interno l'aria è greve e dove si cucina è addirittura irrespirabile; sembrano una corsia di uno strano ospedale che ha letti a due posti; ogni letto rappresenta una famiglia.

Vi è una donna incinta, con una pancia enorme, la quale mi si raccomanda di farla partorire lontano dagli occhi dei coabitanti, e le prometto di farla ricoverare in  ospedale.

In un'altra tenda vedo un fiore di bimba che dorme; è conge¬stionata quasi dal caldo ed è quasi nuda sul letto. Ieri sera un rovescio improvviso di acqua irruppe nelle tende per le finestre malsicure, prive di vetri e alcune famiglie fuggirono; infatti una tenda è vuota.

Stanotte l'aria fresca che passava attraverso quelle finestre e quelle fessure e il vento turbavano il riposo dei disgraziati. Dopo il fresco della notte succede il calore del giorno. A mezzogiorno sotto le tende si respira penosamente.

In una tenda vi è una moribonda. Si chiama Dell'Accio Maria Giuseppa. Poco lontano è la figlia, che mi dice come l'hanno trasportata ivi in grave stato. La vecchia ha perduto la coscienza e agonizza. Il medico l'ha visitata ma non ha creduto di farla ricoverare all'ospedale. Ormai sta per dar l'ultimo respiro. Qui si muore e si nasce. Apprendo infatti che ieri l'altro è nato un bambino.

Sotto una tenda, in un punto appartato, ho visto un'adolescente, che era intenta a leggere, anzi a meditare un libro; una studentessa forse di una scuola secondaria, una persona che domani potrà essere un'educatrice del popolo, una professionista. La moltitudine che passava non l'ha distratta per nulla, ha conti¬nuato a meditare e a lavorare col suo cervello per il suo radioso domani.

Qui i sani, i forti, gli uomini di cuore devono mobilitarsi ed agire per le opere di bene. La legge non basta di fronte alla fatalità. Ci vogliono le forze dell'ideale umano. Qui si soffre, qui si diano convegno coloro che vogliono portare aiuto.

Si facciano le suppenne, le casette di mattoni, di cemento. Si sparga tutta la zona suburbana di questi edifici e si pensi che fra tre mesi o poco più le notti cominceranno ad essere intollerabili anche nelle baracche in un clima che ha del montanino, pregno di umidità per le acque del sottosuolo.

So che usurai, sciacalli dei paesi vicini, chiedono fitti sbalorditivi per stanzette, che sono veri buchi. Non merita questo trattamento colui che è vittima di un fato inesorabile e doloroso. Vedo fiorire per le mura del paese, per luoghi  pubblici certi avvisi di locali da affittarsi nei paesi e nel suburbio dei paesi vicini, e pubblicamente si dice di richieste enormi. Si faccia se occorre una legge speciale, ma più della legge può fare l'onestà e il buon senso patriarcale delle nostre classi abbienti dei paesi vicini. 

Chi ha una stanza l'offra a questi sventurati; chi ha una stanza e la nasconde merita la pubblica esecrazione. Quando c'è gente che muore sotto le tende, che mette al mondo nuove vite fra gli sguardi indiscreti e i pericoli di una dimora così esposta a contagi di ogni specie, non si deve restar indifferenti, si ha il dovere di dare quanto si ha, di mettere in comune la propria casa. 

L’ipotesi più accreditata per spiegare l’immane disastro del ‘22 fu quella, elaborata dal grande ingegnere Luigi Santarella, di un innalzamento delle acque freatiche accumulate in una conca dal fondo argilloso impermeabile e aumentate dagli scarichi non regolati dell'Acquedotto Pugliese, e non più consumate per gli usi domestici dalla popolazione dopo l’inaugurazione dell'acquedotto. Né era improbabile che notevoli perdite dell'Acquedotto si verificassero anche a Corato come altrove per la cattiva realizzazione di questa che fu opera romanamente progettata e italianamente eseguita.

Corato era stata costruita in tempi remoti su un cocuzzolo, di assai modesta altitudine, costituito da un cappellaccio di scorie tufacee assai diverse dal robusto calcare. Attraverso il cappellaccio, facilmente perforabile, si trovavano vene di acqua a non grande profondità.

Forse per questo Corato si era sviluppata in quel punto, in una Puglia da sempre “siticulosa”, come l’aveva definita Orazio: grazie a quella specie di lago sotterraneo gli abitanti erano riusciti a sopravvivere, nel corso dei secoli, a lunghi periodi di siccità. Poi gli uomini ci misero, come sempre, il loro zampino e nel ’22 quell’acqua benefica del ventre della Madre Terra fu la causa della più grande catastrofe urbanistica della città.

Oggi, con le costruzioni in cemento armato, le fondamenta delle nostre case sono sicuramente più solide e stabili. Ma l’acqua, novant’anni dopo, è sempre lì, a pochi metri. Lenta e silenziosa.