giovedì 10 maggio Articolo

Pecorino e nobiltà

Nel 1700 i coratini tra i più grandi produttori di formaggio del Regno di Napoli. Il caso della famiglia Zezza

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Un tempo il Tavoliere delle Puglie era uno dei principali granai di Roma.

Tra il III e IV secolo d.C. questa vasta pianura venne abbandonata alla coltura estensiva e si trasformò in steppa incolta dove, all’inizio di ogni inverno, i pastori abruzzesi conducevano le loro pecore e vi si trattenevano sino a giugno. I funzionari imperiali consentivano a questi pastori di usufruire del pascolo, ma pretendevano un tributo. Tale situazione fu confermata anche nei secoli successivi fino a Federico II e ai sovrani angioini.

Fu il re Alfonso d’Aragona nel 1447, allo scopo di incrementare le entrate, a regolamentare la transumanza, sull’esempio di quanto avveniva in Castiglia: solo il sovrano poteva concedere pascoli nel Tavoliere e in altre aree della Puglia. Chi a qualsiasi titolo possedeva terre, doveva lasciarle libere ogni anno, a disposizione del sovrano, dal 29 settembre all’8 maggio. I proprietari potevano utilizzarle solo nel periodo estivo e non dovevano introdurre colture che cambiassero il paesaggio agrario.

I pascoli vennero quotizzati in “locazioni” e assegnati ai proprietari di animali, detti “locati”, che nei mesi invernali venivano a sfruttare le terre pugliesi. Per la gestione dei pascoli fu istituita la “Dogana della mena delle pecore di Foggia”, con giurisdizione civile e criminale sul territorio e sugli assegnatari delle varie locazioni. I tributi pagati per i pascoli pugliesi costituivano il cespite più ricco e importante delle entrate del Regno di Napoli.

Lo sviluppo della pastorizia “transumante”, se da un lato consentì delle grosse entrate nelle casse statali e lo sviluppo di un redditizio commercio di lana e di prodotti caseari, dall’altro creò notevoli problemi nella vita economica e sociale di un’ampia zona della Puglia: vastissime estensioni di terra sottratte alla normale coltura impedirono lo sviluppo dell’agricoltura e costrinsero alla miseria larghi strati di popolazione che non riuscirono a trovare lavoro nelle campagne e a procurarsi l’indispensabile per sopravvivere.

La sosta a Foggia, dove era ubicata la “Dogana delle pecore”, una specie di “casello” dove si pagavano i tributi per le migliaia di capi di bestiame che percorrevano le “autostrade” della transumanza chiamate tratturi, favoriva la produzione di enormi quantità di latte e quindi di formaggio fresco. E qui si inserì la capacità imprenditoriale di molti coratini

Già nel Seicento la presenza a Foggia di individui provenienti da Corato è attestata da documenti relativi ad una vertenza giudiziaria in cui sono citati come operanti nel centro doganale i fratelli Vito e Pietrantonio Merula di Corato, negozianti di cacio, olio, salumi ed altro…dal vulgo chiamati coratini.

“L’incetta dei prodotti caseari ovini e vaccini del grande complesso armentizio del Tavoliere era controllato in buona misura, tra la fine del Seicento e la seconda metà del Settecento, dai quaratini” (1) . Il termine quaratino in molti centri del Foggiano non indicava solo la città d’origine ma un mestiere. Fare il quaratino significava operare nel settore caseario raccogliendo settimana per settimana “il cacio fresco che si faceva in tutto il Tavoliere, salandolo, staggionandolo e governandolo ne’ loro magazzeni a proprie spese, per pagarlo nel mese di maggio al prezzo che si stabiliva dal tribunale della Dogana” (2).    

In un’opera di N. De Dominicis del 1781, intitolata “Lo stato politico ed economico della Dogana della Mena delle pecore di Puglia”, si legge: Hanno sempre usato i pastori di vendere il cacio fresco a quei negozianti che si prendono cura di conciarlo e perfezionarlo col sale, per poi metterlo in commercio e che sono sparsi pei vari luoghi del Real Tavoliere, e distinti col nome di Quaratini”.  

Nel vocabolario ottocentesco del Villani, il termine dialettale quaratino era anche sinonimo di negozio di generi alimentari soprattutto di carattere caseario. Si andava a comprare  in un quaratino.

La rilevante quantità di formaggio stagionato prodotta dai coratini veniva poi messa in commercio su tutti i mercati del Regno ma soprattutto a Napoli: “la sola capitale consumava annualmente nel primo Seicento circa seimila cantara (un cantaro 89 Kg circa) di formaggio” (3).

I “quaratini”, però, non godevano di buona fama, erano tacciati di “malitia sopraffina”, di frodare sul peso, perché utilizzavano dei rustici bilancioni di legno e delle pietre “accomodate e truffaldine” come pesi; spesso furono anche accusati di usura, di prestar denaro ai pastori e al mondo armentizio in genere a tassi elevati. Nel 1737 due coratini, Riccardo Parziale e Francesco lo Russo, negozianti di “cacio” operanti a Rapolla, furono arrestati e i loro beni  sequestrati in quanto “querelati di usura”.

Il tribunale della Dogana di Foggia era comunque piuttosto benevolo nei confronti dei “quaratini” in quanto, come si legge in una sentenza, “li mercanti coratini sono quelli che mantengono tale industria e sono sempre stati dalla generalità dei pastori reputati necessari per lo mantenimento di detta industria soccorrendoli col loro denaro per supplire alle spese nel governo delle massarie”. Insomma i soldi prestati dai coratini ai pastori, sia pure a tassi elevati, erano ritenuti indispensabili per far funzionare tutta la “macchina della transumanza”.

Molti di questi “pizzicagnoli o negozianti di cacio”, alla metà del secolo XVIII, secondo le risultanze del catasto onciario del 1754, entrarono a far parte di quel ceto ristretto, dominante a Corato, di grandi e medi proprietari terrieri e di ricchi commercianti.  La maggior parte di coloro che vennero censiti come “negozianti” erano in realtà grossi produttori e venditori di formaggio.

Le ricchezze accumulate consentirono loro di essere appellati col titolo di “magnifici” e di occupare il vertice della piramide sociale coratina. Dopo il considerevole benessere economico raggiunto,  ognuno di loro aveva un’unica aspirazione, quella di “nobilitarsi” e di poter essere definito – secondo quanto abbiamo verificato nel catasto onciario- come persona che viveva nobilmente (more nobilium) o che era nobile vivente.

Alcuni di questi “magnifici negozianti di cacio” coratini divennero, poi, persone così altolocate e importanti a Corato da lasciare tracce del proprio prestigio e della propria elevata condizione socio-economica in toponimi che sopravvivono ancora oggi.

Per esempio, il magnifico Antonio Bracco, era figlio di Ascanio ”negoziante di cacio in Foggia”; il magnifico Nunzio Altrelli fu, insieme a suo padre, “pizzicagnolo” per molti anni in Foggia; Giacomo De Mattis era figlio di Nunzio de Mattis pizzicagnolo in Foggia; Andrea Lobello, figlio di Giuseppe, era pizzicagnolo in Lucera; dopo il fallimento della sua impresa casearia si trasferì a Corato: inizialmente fece da “piazzista di formaggi” del pizzicagnolo Onofrio Bruni, poi diventò “speziale”; Giambattista Aregano era pizzicagnolo di “cacio e sale” in Corato, suo fratello Tomaso era pizzicagnolo in Lucera; Rocco e Domenico Brisichella, fratelli, vendevano “cacio” in Foggia. Anche Marino Antonio Patroni Griffi, appartenente alla famiglia di più antico lignaggio di Corato, nato nel 1698 e diventato dottore in Legge, aveva come nonno materno un “negoziante pizzicagnolo” in Foggia (4).

Ma forse la vicenda più clamorosa di questi coratini che furono capaci di accumulare ingenti fortune nel Foggiano con l’impresa casearia fu quella della famiglia Zezza, cui il libro di Saverio Russo citato in nota dedica ben diciassette pagine. In brevissima sintesi, la storia comincia con Francesco Paolo Zezza, nato a Corato nel 1706, che nel 1730 risiedeva a Foggia unitamente a suo cognato Francesco Venitucci. Inizialmente non possedeva che un cavallo e prendeva in fitto delle botteghe per la lavorazione e il deposito del formaggio.

La sua affermazione nell’ambito del commercio caseario fu quanto mai rapida. Due anni dopo acquistò un “negozio di pizzicarìa” in Foggia. In società con il fratello Michele, nel 1746 controllava il 15% del prodotto caseario incettato e nel 1763 arrivò a controllarne un terzo e a quantitativi rilevantissimi. Nel 1765 i due fratelli facevano parte ormai di un oligopolio, erano soltanto in undici ad accaparrarsi tutto il mercato del formaggio del Tavoliere. Gli Zezza furono molto attivi anche a Cerignola e Ascoli Satriano e pian piano allargarono l’ambito dei loro commerci: “non solo ricotte e cacio” ma anche grano.

Il danaro accumulato consentì a Francesco Paolo la scalata sociale: sua sorella Lucia andò in sposa al notaio foggiano Giuseppe Cavallucci, e delle sette figlie femmine, alcune furono obbligate alla monacazione, altre contrassero matrimoni di rango, una con un notaio (portando in dote ben tremila ducati, più “oro, vesti e biancheria”) e un’altra con il figlio dell’erario del Duca di Cerignola. Nel 1759 Francesco Paolo viveva in un gran palazzo a Foggia, costituito da “14 sottani, 14 stanze superiori, guardarobba, due astrichi, due logge coperte ed altri comodi”.

L’altro fratello, Michele, che aveva iniziato a lavorare a Foggia come mulattiere, addetto al trasporto di formaggi, poco alla volta si mise in proprio a fare incetta di “cacio fresco”. A differenza del fratello partecipò alla vita amministrativa locale fino a diventare sindaco. Fu molto attivo anche nel mercato della terra offerta in locazione e la consistente liquidità gli consentì pure una notevole attività creditizia. Acquistava grano, grandi estensioni di terreni, masserie, capi di bestiame. Era diventato uno tra i maggiori produttori di grano della Capitanata e riforniva tutti i fornai che vendevano pane ai pastori abruzzesi.

I due fratelli lasciarono agli eredi beni per l’ingente valore di 272 mila ducati. E, a coronamento di questa lunga scalata, nel 1771 il “vecchio mulattiere” Michele Zezza acquistò il piccolo feudo di Zapponeta e poté fregiarsi del titolo di barone.Non era più la nobiltà di spada di origine cavalleresca, non era più la nobiltà di toga dei dottori in legge alti funzionari dello stato. Adesso la nobiltà sapeva di pecorino.


Fonti
• SAVERIO RUSSO – Alla volta del Tavoliere. Mobilità di uomini e fortune nella “Puglia piana” di età moderna. Claudio Grenzi Editore, Foggia, 2007.  (Biblioteca privata Cristoforo Scarnera).
• Manoscritto del 1762, ricopiato nel 1885, intitolato “Liber Generationum Coratinorum, Provincia Baris, Regni Neapolis.
• CATASTO ONCIARIO 1754 (Archivio storico comune di Corato).
• PASQUALE TANDOI – Corato nel ‘700. Scene di vita quotidiana. Graziani Arti Grafiche, Corato, 2000.
• A. MASSAFRA – B. SALVEMINI – Storia della Puglia. Vol. 3. Editori Laterza, Bari,1999.
• CARMINE DE LEO – I Quaratini e Sant Misrill. In La gazzetta del Mezzogiorno del 4 luglio 2008.

__________________________________
(1) SAVERIO RUSSO – Alla volta del Tavoliere. Mobilità di uomini e fortune nella “Puglia piana” di età moderna. Claudio Grenzi Editore, Foggia, 2007. Pag. 113. (Biblioteca privata Cristoforo Scarnera)
(2) Dogana. Processi civili, II s., b.214, fasc. 4921. In  SAVERIO RUSSO – Alla volta del Tavoliere. Mobilità di uomini e fortune nella “Puglia piana” di età moderna. Claudio Grenzi Editore, Foggia, 2007. Pag. 113.
(3) SAVERIO RUSSO – Op. cit.; pag. 113.
(4) Le notizie su tutti questi coratini “magnifici” sono state desunte da un manoscritto del 1762, ricopiato nel 1885, intitolato “Liber Generationum Coratinorum, Provincia Baris, Regni Neapolis.

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